4 settembre 2011

Un vecchio orologio


 Tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac…
Lo scorrere del tempo è scandito sul mio comodino dal ticchettio incessante di lancette della mia vecchia sveglia.
Tic tac tic tac tic tac tic tac…
Un modello obsoleto che chiunque si sia trovato a dormire da me ha maledetto per tutta la notte chiedendomi regolarmente di buttarla via; ma io non posso rinunciare alla mia sveglia, motivi affettivi mi legano ad essa: il ricordo di quando da bambino passavo le notti nel lettone della mia cara nonna, dove trovavo il conforto di storie antiche, storie paurose anche, ma raccontate con la grazia della saggezza della sua voce contadina, che sapeva passare da toni ruvidi di richiami perentori a dolci note di consolazione…finiti i racconti la voce di mia nonna mi indirizzava nel posto giusto con l’immancabile “buonanotte e sogni d’oro” seguito da un bacio sulla fronte, poi nel buio e nel silenzio rimaneva solo quel tic tac tic tac tic tac tic tac del grande orologio sveglia sul suo comodino ed io lentamente, cullato da quel ticchettio di fondo, scivolavo sereno nel sonno…verso le cinque del mattino, la sveglia amorevolmente staccata per evitare di svegliarmi, era un altro tipo di segnale a scandire l’inizio di una nuova giornata: il canto del gallo, che fiero e baldanzoso, accompagnava i primi raggi di sole che docili s’incuneavano nelle fessure strutturali delle persiane chiuse, andando a creare dei piccoli punti di luce che convogliavano la mia di nuovo desta attenzione, aprivo gli occhi e rimanevo fermo li a fissare il sottile pulviscolo che attraversava il raggio mattutino immaginando milioni di galassie, universi sconosciuti ed infiniti…poi mi ridestavo di colpo, il raggio così forte significava che dal canto del gallo erano passate almeno un paio d’ore, l’attività nel casale era gia a pieno regime, in questa stagione c’erano molte cose da fare in un casolare di campagna, passata la mietitura del grano da poco, l’estate entrava nel pieno con la raccolta dei suoi frutti, su tutti, i pomodori, ricordo quanto mi piacessero le giornate in cui si preparavano le conserve per l’inverno, la nonna era solita farmi riempire con un mestolo alcune bottiglie, oppure mi faceva girare la maniglia della macchina che spolpava i pomodori, erano incarichi molto delicati quelli, che mi riempivano di responsabilità e mi rendevano orgoglioso, mi facevano sentire un piccolo uomo tra tutti quegli instancabili faticatori; le mie giornate lavorative duravano un paio d’ore al massimo, poi diventava troppo forte il richiamo della campagna  per un bimbo cittadino come me: gli alberi disseminati ovunque, le strade rigorosamente sterrate, tranne quella principale, ricoperta da un cospicuo strato di lussuosissima ghiaia, le siepi, i campi coltivati, i tanti laghi, (piccoli invasi artificiali utilizzati per l’irrigazione, che ai miei occhi apparivano giganteschi) le querce secolari, i falchi, i corvi, e chissà quante altre varietà di animali, tutta questa ricchezza mi portava a vagare in continuazione, lavorando incessantemente con la fantasia che per ogni scenario creava un copione diverso…Tutto quel fantasticare veniva interrotto quotidianamente dal mio nome urlato nell’aria dal balcone di casa, mia nonna mi richiamava per il pranzo, ed io sfiancato dal lavoro e dal gioco, tornavo di corsa ed affamato, quasi volando dietro i profumi della saporita cucina casereccia che mi aspettava, e poi mangiavo provando la soddisfazione di chi sa di essersi guadagnato quel pasto, a testa alta tra tutte le persone che si radunavano in quella cucina;mi permettevo anche di bere del vino, misto ad acqua naturalmente, ma il mio bicchiere era comunque rosso, come quello dei grandi, rosso come i loro visi riarsi dal sole, rosso come certe bandiere che ogni tanto tiravano fuori… erano sempre ben vestiti quando questo accadeva e c’era qualcuno che li accompagnava in stazione…finito il pranzo i grandi s’intrattenevano ancora un poco per bere un caffè e poi ricominciavano i lavori da dove li avevano lasciati; per me, invece, era il momento di riposare: entravo con passo lento e rispettoso nella camera vuota di mia nonna, mi accoglieva il fresco ed il buio totale dovuti al fatto che sia le persiane che le imposte erano serrate, ci voleva qualche minuto per abituare la vista a quella tenebra, ma non accendevo mai la luce, iniziavo fissando i pochi raggi che s’intrufolavano furtivi e dopo un po’ riuscivo anche a distinguere gli oggetti, prima che questo accadesse un rumore tanto fastidioso quanto famigliare mi guidava per quella grande camera come un sonar in mezzo al mare: tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac, avanzavo alla cieca ma sicuro fino a distinguere nitidamente le lancette fosforescenti della sveglia, tic tac tic tac tic tac, arrivato a quel punto avevo praticamente il lettone sotto il culo, non mi restava che sedermi, togliermi le scarpe, ed allungarmi su quel rigido e meraviglioso materasso, perfetta macchina da sogni; guardavo un po’ fisso davanti a me il buio rischiarato da una tenue luce, la testa mi si svuotava dalle fantasie mattutine, in breve la stanchezza prendeva il sopravvento…tic tac tic tac tic…tac…….tic……………tic………………..tac……………….
Mi svegliavo sempre di colpo, quasi di soprassalto, temendo di aver dormito troppo a lungo, di aver sprecato tutto il pomeriggio dormendo, scattavo, d’istinto, verso la finestra, aprivo le imposte, spalancavo le persiane, e venivo puntualmente inondato da un fascio di luce, solo leggermente più orizzontale rispetto a qualche ora prima, me ne rallegravo, ancora tante avventure mi aspettavano in mezzo alla mia amata campagna.
Verso sera, quel posto che di giorno trovavo bellissimo, diventava addirittura magico, ricordo che rimanevo fermo immobile, incantato da quel supremo spettacolo della natura: il tramonto ammantava tutto di una luce particolare, rendeva le nuvole tanti piccoli batuffoli di cotone colorato, rendeva il cielo stesso di un colore cangiante che andava dal blu al rosso-arancio, osservavo da una parte il sole nascondersi dietro il profilo imponente della grande montagna, dall’altra l’infinita distesa del mare, dalle cui profondità il sole avrebbe fatto capolino la mattina seguente, ripetendo, a parti invertite, lo spettacolo al quale stavo assistendo; poi, quasi impercettibile, il crepuscolo delineava in maniera netta il confine tra il giorno e la notte, la voce di mia nonna, come a mezzogiorno, risuonava gia da un po’ nell’aria ferma della sera come richiamo inderogabile, sapevo di dover rientrare in fretta per non farla arrabbiare, ma la bellezza di vedermi cadere la notte addosso mi spingeva a rimanere ancora, nonostante un senso d’inquietudine mi attanagliasse il petto, (sapevo che la notte quei posti così belli e gioiosi si trasformavano nel regno delle streghe, i racconti di mia nonna mi parlavano di strane creature che si muovevano terrorizzanti nelle notti di plenilunio, e di un mondo non più controllato dagli esseri umani…) volevo comunque rimanere fino a che il passaggio tra giorno e notte fosse completato, alla prima percezione di questo, mi lanciavo in una corsa a perdifiato verso casa, ero abbastanza lontano (dovevo salire in cima alla collina più alta per godermi nella sua interezza lo spettacolo del tramonto) ma le luci accese del casolare rappresentavano un faro nel mare in burrasca, luci che progressivamente si avvicinavano, fino al conforto di vedere fuori dalla casa i contadini ancora affaccendati negli ultimi lavori della giornata, mi accoglievano sempre sfottendomi un po’, ridendo della mia visibile paura, ma non me ne importava niente, ero orgoglioso di me stesso, del modo in cui avevo sfidato gli spiriti della notte, ed ora ero felice di trovarmi lì in mezzo a quegli uomini forti, che mi sfottevano un po’, ma che sapevo mi avrebbero difeso da qualsiasi minaccia potesse sbucare dalle tenebre dei boschi circostanti.
La sera la cena era particolarmente buona e festosa, gli uomini si rilassavano, perché fino al mattino seguente non avrebbero dovuto riprendere il lavoro, le donne erano felici di assecondarli con pietanze saporite e sguardi pieni di dolcezza, il vino contribuiva ,con le sue proprietà dionisiache, ad alimentare un entusiasmo semplice e genuino, dalle finestre spalancate, per cercare di sfuggire ad una cappa di caldo opprimente che la notte risultava ancora più afoso, ad una certa ora venivano fuori le note allegre di un organetto suonato con insospettabile maestria, le donne chiacchieravano tra di loro dei fatti rilevanti accaduti in paese negli ultimi tempi, qualcuno giocava a carte…la notte di lì a poco riprendeva il sopravvento sulle attività umane, mia nonna mi accompagnava nel sonno raccontandomi storie arcaiche, poi, ultimo suono prima di addormentarmi, il famigliare tic tac tic tac tic tac della vecchia sveglia appoggiata sul comodino, lo stesso che mi avrebbe dato il buongiorno dopo poche ore…lo stesso che continua a farlo anche oggi, a distanza di anni, oggi che alcune di quelle persone non ci sono più, compresa mia nonna, oggi, che quelli che ci sono ancora si sono trasferiti in città, in appartamenti angusti, oggi, che di quel casolare di campagna restano solo dei ruderi abbandonati, oggi, che quando la nostalgia mi prende mi basta stendermi sul letto, chiudere gli occhi, prendere un respiro e, al suono metallico e cadenzato della vecchia sveglia, lasciarmi andare ai ricordi, lasciarmi accompagnare a ieri…tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac…

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