Squarci dinamici di luce in buio profondo.
Lampi di colore.
Linee di forza in espressione assente.
Avanzavo deciso nonostante il precario equilibrio mentale; mi muovevo risoluto in una selva di pensieri sconnessi, tetri, scuri come la notte senza Luna.
Un'impressione, il fruscio degli alberi accarezzati dal vento.
Un'illusione, il pieno controllo di una memoria selettiva.
Una convinzione, vagare solitario su terre sconosciute.
La paura di non riuscire a sentire, la certezza di sentirmi assordato.
Come sempre la confusione sopra ogni cosa, quella famigliare sensazione di smarrimento: ospite nelle mie stanze, straniero nella mia terra.
Seguendo la rotta persi la strada.
Al sorger del Sole non mi ritrovai dove avrei dovuto, tutto mi era estraneo: le colline, le valli, i monti all'orizzonte, nulla mi parlava di casa.
Continuai il cammino fino ad arrivare ad un villaggio, iniziai ad attraversare le sue strade deserte, vuote come la sensazione che mi portavo ostinatamente dietro.
Mi fermai a riposare sedendomi su una vecchia panchina solitaria, il sibilo del vento come unica compagnia; un vento forte e caldo, che conoscevo, ma di cui adesso non riuscivo a stabilire la direzione, un vento che insieme alla polvere mi portava uno strano suono, simile alla voce umana, la voce di una lingua straniera, sconosciuta, mi girai intorno con l'intenzione di stabilirne la provenienza, senza alcun risultato.
Mi rimisi in marcia.
Continuai ad attraversare il villaggio con quel suono indecifrabile nelle orecchie e con la netta sensazione di essere spiato da occhi invisibili.
In breve mi ritrovai fuori dal centro abitato, in mezzo ad una campagna sconfinata, puntellata da casolari, apparentemente molto simili l'uno all'altro, e posizionati ad una distanza che sembrava costantemente invariata, li visitai uno ad uno, senza trovare niente e nessuno; questo mi fece avanzare velocemente.
Un percorso, la consapevolezza di esso.
Una guida, fiducia da riporre.
Una luce, faro nella notte.
Linee guida, sconosciute, tracciano una mappa di antichi sentieri senza meta apparente, non resta che seguirli per ritrovare una via, una qualsiasi, per andare, non importa dove, via da qui.
Riciclare le emozioni negli appositi contenitori è una questione di civiltà;
Così era scritto su dei cassonetti di colore rosso.
Mi faceva sorridere la sola idea d'immaginare qualcuno alle prese con le mie contorte emozioni, ed in realtà non riuscivo affatto ad immaginarlo, non potevo neppure pensarlo, per il semplice fatto che la mia arroganza mi aveva sempre portato a sentirmi unico ed alle prese con contorcimenti emotivi neppure lontanamente immaginabili per chiunque. Ovviamente ero sempre stato clamorosamente in errore, non avrei potuto essere più lontano dalla verità: qualsiasi tipo di emozione avessi sperimentato fino ad allora, era esattamente dello stesso genere che chiunque, su questa terra, può provare, quello che differenza le sensazioni è il filtro attraverso cui le emozioni arrivano al nostro Io: la nostra personalità.
Vicino al contenitore rosso c'è n'era uno di colore blu su cui era scritto: Raccoglitore di ricordi; su quello giallo immediatamente successivo campeggiava la scritta: Non lasciare i tuoi rancori in giro, depositali qui.
Avrei potuto riempire da solo ognuno di quei bidoni, ma non avevo nessuna intezione di lasciare parti di me in quel posto sconosciuto, quindi continuai per la mia strada, con tutto il mio carico emotivo di ricordi sbiaditi e vecchi rancori.
Cielo rosso tramonto, la stanchezza non si fa sentire, mi salta addosso senza preavviso, lasciandomi senza forze; mi siedo sotto un albero per riposare, mi godo una leggera brezza sulla faccia, di colpo non ho pensieri, non resta che dormire.
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