| Arranco, cocciuto, su pendii sconosciuti, terribili salite che mettono a dura prova la mia forza di volontà; il mio incedere è lentissimo, sono stanco, spossato, ma passo dopo passo guadagno comunque qualche metro. Tutt'intorno una fitta vegetazione mi ostruisce la visuale, a stento riesco a seguire lo stretto sentiero, non so bene dove sto andando, ma continuo a salire. L'ombra degli alberi mi risparmia la violenza del sole che picchia i suoi raggi incandescenti sulla terra riarsa da quest'estate rovente, il fresco del bosco mi dona nuove forze, continuo a salire. Un raggio di luce s'insinua timido nel fitto groviglio di foglie,lo seguo e riesco, finalmente, a vedere il limite della foresta, la forte luce del giorno, resa evidente dall'oscurità del suo ventre, mi indica la via d'uscita:una volta fuori troverò un contrafforte che rappresenta la mia meta, oltre solo roccia verticale, mi faccio coraggio, continuo a salire. Aiutandomi con un bastone, percorro gli ultimi metri e, finalmente, sono arrivato; quassù non c'è nulla e la soddisfazione per la salita lascia immediatamente il posto ad una sensazione di vuoto, di frustazione per una immotivata fatica. A testa bassa mi accingo già ad affrontare la discesa, quando, alzando gli occhi (che intanto si sono abituati all'improvvisa luce) al cielo, mi accorgo, con grande sorpresa, che l'aria è limpida, non c'è traccia di nebbia o foschia; disabituato a farlo lancio lo sguardo lontano, giù, verso la valle che scorgo nitida, e ancora più in là, verso il blù intenso del mare. Sconvolto dalla semplice bellezza di panorami per troppo tempo rimasti nel buio della mia mente, chiudo gli occhi e godo dell'aria frizzante e rarefatta che soffia, quassù, a mille metri d'altezza. |
29 giugno 2011
A mille metri d'altezza
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1 commento:
bang!
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