15 novembre 2011

16 Febbraio


Un suono continuo e fastidioso mi trascina dal sonno ad uno stato di semi-incoscienza, mi metto a sedere sul letto con gli occhi ancora chiusi e quell’insopportabile suono nelle orecchie; allungo completamente il braccio sinistro e, senza guardare, tiro una specie di schiaffo all’oggetto che sta proprio sotto la mia mano, il suono cessa immediatamente, ritiro il braccio e mi decido ad aprire gli occhi: per quanto fastidiosa devo riconoscere che la sveglia che sta sul mio comodino sa fare molto bene il suo mestiere. Appoggio un piede sul pavimento, che, gelido, lo respinge nel letto, guardo a terra, sotto il letto, e, finalmente, le trovo: le calde e morbide pantofole; con un movimento piuttosto acrobatico le recupero, ed immediatamente ci infilo dentro i piedi freddi. Mi avvicino allo stereo, che è poggiato, come un totem, su quello che un tempo era il tavolo della macchina per cucire di mia nonna, è un tavolo molto bello, con le gambe intagliate in maniera elicoidale, un piccolo cassetto con il pomello in ottone, forse, o ferro, comunque il tutto ha un gradevole aspetto antico ed elegante, ed è proprio per questo che ho piazzato su di esso il moderno impianto stereo, per creare un contrasto tra antico e moderno e,devo dire,che la cosa funziona. Sullo stereo, le sue casse, e, sulle parti libere del tavolino, pile di cd simulano lo skyliner di una città immaginaria, ma non troppo…inizio ad esaminarli con attenzione, per capire con quale ascolto ho voglia di iniziare la giornata, a portata di mano trovo un disco dei Sonic Youth, uno dei A Silver Mt. Zion, poi incontro Devendra Banhart, un cd dei Mùm, uno dei Sigur Ros, un album degli Explosion in the sky, Radiohead…tanta roba, troppa, non so decidermi, ed allora opto per la radio: premo il pulsante tuner e mi ritrovo subito immerso tra le famigliari frequenze di radio Tre; a questo punto è indispensabile un caffè, per prepararlo mi dirigo, ancora mezzo assonnato, verso il cucinotto/dispensa, per arrivarci attraverso la sala da pranzo/soggiorno dove mi fermo per aprire gli scuri della grande finestra che s’affaccia sui palazzi di fronte, la luce, improvvisa e gentile, del sole mattutino, inonda l’intera stanza, rivelandone l’arredamento: la prima cosa che balza agli occhi nel soggiorno è la grande credenza anni cinquanta, anch’essa ereditata dai miei nonni, non particolarmente significativa dal punto di vista stilistico, il mobile è però pieno zeppo di ricordi d’infanzia, cosa che si è rivelata più che sufficiente per reclamarne il possesso, strappandola alla mia “cinica” famiglia che ne aveva gia decretato la demolizione; in fondo alla stanza spiccano il comodo divano giallo a due posti, un tavolino da salotto, e un televisore, credo trendadue pollici, ad una parete un paio di quadri, di autore a me ignoto, rappresentano lo stesso paesaggio osservato da diversi punti di vista, su quella opposta fa bella mostra di se “Guernica” di Pablo Picasso… la mia attenzione è però monopolizzata dalla striscia di pulviscolo immediatamente formatasi nel raggio di luce principale che, sfiorando i tetti dei palazzi, infilandosi tra le grondaie, attraversando con precisione chirurgica le fronde dei Tigli nell’unico spazio possibile, si butta deciso nel mio soggiorno, andandosi a posare, insieme al mio sguardo ed alla mia attenzione, sul vaso, ed i fiori in esso contenuti, posizionato non proprio esattamente a centro tavola, ma, evidentemente, con quella funzione; il vaso è di una ceramica dozzinale da grandi magazzini, dipinto con approssimazione, eppure non privo di un certo esotico fascino, i fiori in esso contenuti sono quelli che non le ho regalato per il suo compleanno, ritrovarmeli davanti in questo mattino assonnato mi porta alla mente l’inutilità dei gesti inconsulti, delle decisioni improvvise prese sull’onda emotiva di un romanticismo da cartolina, mi soffermo ad ammirare la loro effimera bellezza, non dimenticando che tra poche ore appassiranno, così come la bellezza e la forza del mio amore, destinato a sciogliersi in un sentimento di blando affetto e vaga nostalgia…
Prendo il barattolo del caffè dalla dispensa sopra i fornelli del gas, carico la macchinetta da due tazze, la metto sul fuoco, prendo una tazza da latte, ci verso due cucchiaini di zucchero e resto in attesa; nel lavandino un bicchiere ed un piatto sporchi dalla sera prima, li guardo con disinteresse, credo che resteranno ancora un po’ lì, sul tavolino c’è una bottiglia di vino vuota ed un cesto da pic-nic con un grande fiocco sul manico e quel che resta di una cenetta per due a base di salumi e formaggi, il vino e la cena avrebbero dovuto seguire i fiori ed essere seguiti a loro volta dalla piccola torta che ora tengo nel freezer, tutto preparato come sorpresa per il suo compleanno, sul tavolino, semi nascosta dagli strofinacci buttati alla rinfusa, intravedo la candelina rituale, chiudi gli occhi, esprimi un desiderio…
Il borbottio del caffè che comincia a salire nella macchinetta mi distoglie dal pensiero ossessivo del mio patetico tentativo di seduzione, salvandomi dall’autocommiserazione, e facendomi riflettere sul fatto che, in fondo, avevo organizzato proprio una bella serata per festeggiare il suo compleanno, quello che mi era mancato era solamente il coraggio di invitarla per tempo, possibilmente prima che il giorno del suo compleanno fosse passato, magari prima che quel bellimbusto arrivasse e la portasse via…in pochi sorsi faccio fuori l’intera macchinetta di caffè bollente, ringalluzzito dalla sferzata di caffeina faccio il percorso a ritroso fino alla camera da letto, dalla radio una voce maschile è intenta a leggere la rassegna stampa mattutina, cambio la maglietta con cui ho dormito con una fresca di bucato, per il resto riutilizzo i vestiti che portavo ieri, un paio di jeans abbastanza consumati e una classica camicia azzurra, ai piedi calzo un paio di polacchine blu, indosso la giacca; torno in soggiorno, chiudo la finestra, il buio torna ad inghiottire le stanze con tutti i loro oggetti, lascio con loro anche i miei pensieri, mi dirigo verso il portone d’ingresso, lo apro, e, deciso, lo richiudo alle mie spalle.

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