Un suono continuo e
fastidioso mi trascina dal sonno ad uno stato di semi-incoscienza, mi metto a
sedere sul letto con gli occhi ancora chiusi e quell’insopportabile suono nelle
orecchie; allungo completamente il braccio sinistro e, senza guardare, tiro una
specie di schiaffo all’oggetto che sta proprio sotto la mia mano, il suono
cessa immediatamente, ritiro il braccio e mi decido ad aprire gli occhi: per
quanto fastidiosa devo riconoscere che la sveglia che sta sul mio comodino sa
fare molto bene il suo mestiere. Appoggio un piede sul pavimento, che, gelido,
lo respinge nel letto, guardo a terra, sotto il letto, e, finalmente, le trovo:
le calde e morbide pantofole; con un movimento piuttosto acrobatico le
recupero, ed immediatamente ci infilo dentro i piedi freddi. Mi avvicino allo
stereo, che è poggiato, come un totem, su quello che un tempo era il tavolo
della macchina per cucire di mia nonna, è un tavolo molto bello, con le gambe
intagliate in maniera elicoidale, un piccolo cassetto con il pomello in ottone,
forse, o ferro, comunque il tutto ha un gradevole aspetto antico ed elegante,
ed è proprio per questo che ho piazzato su di esso il moderno impianto stereo,
per creare un contrasto tra antico e moderno e,devo dire,che la cosa funziona.
Sullo stereo, le sue casse, e, sulle parti libere del tavolino, pile di cd
simulano lo skyliner di una città immaginaria, ma non troppo…inizio ad
esaminarli con attenzione, per capire con quale ascolto ho voglia di iniziare
la giornata, a portata di mano trovo un disco dei Sonic Youth, uno dei A Silver
Mt. Zion, poi incontro Devendra Banhart, un cd dei Mùm, uno dei Sigur Ros, un
album degli Explosion in the sky, Radiohead…tanta roba, troppa, non so
decidermi, ed allora opto per la radio: premo il pulsante tuner e mi ritrovo subito immerso tra le famigliari frequenze di
radio Tre; a questo punto è indispensabile un caffè, per prepararlo mi dirigo,
ancora mezzo assonnato, verso il cucinotto/dispensa, per arrivarci attraverso
la sala da pranzo/soggiorno dove mi fermo per aprire gli scuri della grande
finestra che s’affaccia sui palazzi di fronte, la luce, improvvisa e gentile,
del sole mattutino, inonda l’intera stanza, rivelandone l’arredamento: la prima
cosa che balza agli occhi nel soggiorno è la grande credenza anni cinquanta,
anch’essa ereditata dai miei nonni, non particolarmente significativa dal punto
di vista stilistico, il mobile è però pieno zeppo di ricordi d’infanzia, cosa
che si è rivelata più che sufficiente per reclamarne il possesso, strappandola
alla mia “cinica” famiglia che ne aveva gia decretato la demolizione; in fondo
alla stanza spiccano il comodo divano giallo a due posti, un tavolino da
salotto, e un televisore, credo trendadue pollici, ad una parete un paio di
quadri, di autore a me ignoto, rappresentano lo stesso paesaggio osservato da
diversi punti di vista, su quella opposta fa bella mostra di se “Guernica” di
Pablo Picasso… la mia attenzione è però monopolizzata dalla striscia di
pulviscolo immediatamente formatasi nel raggio di luce principale che,
sfiorando i tetti dei palazzi, infilandosi tra le grondaie, attraversando con
precisione chirurgica le fronde dei Tigli nell’unico spazio possibile, si butta
deciso nel mio soggiorno, andandosi a posare, insieme al mio sguardo ed alla
mia attenzione, sul vaso, ed i fiori in esso contenuti, posizionato non proprio
esattamente a centro tavola, ma, evidentemente, con quella funzione; il vaso è
di una ceramica dozzinale da grandi magazzini, dipinto con approssimazione,
eppure non privo di un certo esotico fascino, i fiori in esso contenuti sono
quelli che non le ho regalato per il suo compleanno, ritrovarmeli davanti in
questo mattino assonnato mi porta alla mente l’inutilità dei gesti inconsulti,
delle decisioni improvvise prese sull’onda emotiva di un romanticismo da
cartolina, mi soffermo ad ammirare la loro effimera bellezza, non dimenticando
che tra poche ore appassiranno, così come la bellezza e la forza del mio amore,
destinato a sciogliersi in un sentimento di blando affetto e vaga nostalgia…
Prendo il barattolo
del caffè dalla dispensa sopra i fornelli del gas, carico la macchinetta da due
tazze, la metto sul fuoco, prendo una tazza da latte, ci verso due cucchiaini
di zucchero e resto in attesa; nel lavandino un bicchiere ed un piatto sporchi
dalla sera prima, li guardo con disinteresse, credo che resteranno ancora un
po’ lì, sul tavolino c’è una bottiglia di vino vuota ed un cesto da pic-nic con
un grande fiocco sul manico e quel che resta di una cenetta per due a base di
salumi e formaggi, il vino e la cena avrebbero dovuto seguire i fiori ed essere
seguiti a loro volta dalla piccola torta che ora tengo nel freezer, tutto
preparato come sorpresa per il suo compleanno, sul tavolino, semi nascosta
dagli strofinacci buttati alla rinfusa, intravedo la candelina rituale, chiudi gli occhi, esprimi un desiderio…
Il borbottio del
caffè che comincia a salire nella macchinetta mi distoglie dal pensiero
ossessivo del mio patetico tentativo di seduzione, salvandomi
dall’autocommiserazione, e facendomi riflettere sul fatto che, in fondo, avevo
organizzato proprio una bella serata per festeggiare il suo compleanno, quello
che mi era mancato era solamente il coraggio di invitarla per tempo,
possibilmente prima che il giorno del suo compleanno fosse passato, magari prima
che quel bellimbusto arrivasse e la portasse via…in pochi sorsi faccio fuori
l’intera macchinetta di caffè bollente, ringalluzzito dalla sferzata di
caffeina faccio il percorso a ritroso fino alla camera da letto, dalla radio
una voce maschile è intenta a leggere la rassegna stampa mattutina, cambio la
maglietta con cui ho dormito con una fresca di bucato, per il resto riutilizzo
i vestiti che portavo ieri, un paio di jeans abbastanza consumati e una
classica camicia azzurra, ai piedi calzo un paio di polacchine blu, indosso la
giacca; torno in soggiorno, chiudo la finestra, il buio torna ad inghiottire le
stanze con tutti i loro oggetti, lascio con loro anche i miei pensieri, mi
dirigo verso il portone d’ingresso, lo apro, e, deciso, lo richiudo alle mie spalle.
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