Lo squillo improvviso
della suoneria del telefono non mi sorprende affatto, l’aspettavo; la scritta
sul display numero privato non la
considero nemmeno, so gia chi è.
- Ma ti sei accorto
che stavo dormendo?
Fai schifo come
chiunque altro -
La voce, metallica,
filtrata dall’apparecchio telefonico.
-
Credevo fossi diverso, ma mi sbagliavo, sei come
chiunque altro, anzi, sei peggio degli altri: con tutta quella messinscena
della tua sensibilità, il tuo altruismo di facciata, mi avevi conquistata,
credevo nella tua tanto sbandierata sincerità, sentivo che di te avrei potuto
fidarmi, ed invece…-
Vuoto di
comunicazione, silenzio.
I pensieri vorticano
nella mia mente senza trovare una via d’uscita.
Allontano il
ricevitore dall’orecchio, come se questo gesto riuscisse ad allontanare da me
il peso della responsabilità.
- Ci sei?
Che succede, hai
perso la voce?
Oppure non hai nulla
da dire?-
Al contrario di
quello che pensavo mi accorgo di non avere le idee così chiare riguardo ad un’eventuale
risposta.
- Io qui come una
scema che nonostante tutto cerca ancora di parlarti, di trovare una soluzione
ai nostri problemi, e tu che invece non hai nulla da dire, stai attaccato a
quel ricevitore quasi come se mi stessi facendo un favore…faresti meglio a
richiudere…richiudi quel cazzo di telefono…-
Per un attimo penso
di darle retta, un solo gesto per mettere fine a tutto questo, ma non c’è la
faccio, non riesco a staccarmi, la sensazione che chiudendo quel telefono
chiuderei tutto per sempre è troppo forte per lasciarmi libero d’agire, e pure
continuo a non parlare.
Ora il silenzio si fa
sentire anche all’altro capo, percepisco solo il caldo suono del suo respiro
interrotto in maniera irregolare dai singulti di un pianto nervoso.
Vorrei fare lo
stesso, sciogliermi in un pianto dirotto, liberatorio, ma non ci riesco,
continuo a rimanere chiuso in un silenzio ebete, guardo dritto di fronte a me
senza vedere nulla e rimango ostinatamente zitto.
-
Lo stai facendo di nuovo, è incredibile, te ne stai la
zitto, con atteggiamento contrito, vorresti farmi credere che le parole non
bastano per esprimere quello che provi, vorresti farmi credere che tutto questo
silenzio è la perfetta espressione di un sentimento non esprimibile a parole;
ed io qui a casa che passo lentamente ma inesorabilmente dalla rabbia alla
comprensione fino ad arrivare a chiederti scusa, scusa, perché forse è vero, ho
esagerato con tutta questa storia…ma stavolta no, non mi freghi, non mi lascerò
più irretire dai tuoi trucchi da prestigiatore.-
Parlare ora, per
dirle che il mio silenzio racchiude molte cose, ma non quelle che dice lei,
dirle che sono assolutamente sincero nella mia confusione, non avrebbe avuto
senso, quindi, puntualmente, l’ho fatto…
-
Il mio silenzio è frutto della vergogna che provo di
fronte a quell’orribile gesto, e, ancor di più, dell’imbarazzo che mi provoca
il tuo perdono completo ed incondizionato…-
Che il gesto in
questione non fosse, per quanto eccessivo e fuori luogo, così tremendo, lo
sapevamo entrambi, così come sapevamo che non rappresentava il senso di quella
telefonata;
Ma la voce mi viene
fuori d’istinto, con un tono che non conosco, quasi venisse su da profondità da
me stesso inesplorate.
-
Benissimo, quindi mi stai dicendo che in fondo è colpa
mia se adesso tu non riesci più a parlarmi, se non vuoi più vedermi…-.
Il tono sarcastico,
che probabilmente cercava, non emerge affatto, sovrastato da un’evidente rabbia.
-
Non ho detto questo, e tu lo sai.
Le mie parole quasi
non si sentono.
E sarebbe meglio non
si sentissero per niente, tale è la loro assoluta inutilità.
Appoggio la cornetta
e vado a versarmi un bicchiere di vino, a metà strada ci ripenso, torno
indietro verso la cucina, e porto con me l’intera bottiglia; riprendo la
cornetta e mi rimetto in ascolto.
Nel silenzio che ci
riavvolge intravedo delle immagini, vedo lei felice insieme a me, la vedo
sorridere, la vedo correre, la sogno bambina, la so donna; in tutto questo
silenzio sento la sua voce che divertita mi prende in giro, l’ascolto cantare,
arrabbiarsi, indignarsi, fare l’amore…
Nell’assordante silenzio
che ora ci divide intravedo l’ombra, sempre più definita, del fallimento.
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