Parcheggio la
macchina nel primo posto vuoto che mi capita, senza troppa cura, lasciandola
mezza storta, senza perder tempo in ulteriori manovre; scendo in tutta fretta,
probabilmente dimentico anche di chiuderla, faccio pochi metri e, di colpo, la
solitudine pensierosa che mi accompagnava nel viaggio in macchina si stempera
nella moltitudine chiassosa del giorno di festa in centro città, i pensieri non
scompaiono, ma è come se si mescolassero a quelli della gente che mi circonda,
una sorta di empatia devia il corso delle mie riflessioni in mille rivoli,
aumentando il senso di confusione che mi ha guidato fin qui, così mi rispecchio
nelle facce un po’ tristi e un po’ allegre, distratte o assorte, che come me camminano
seguendo il marciapiede, che si muove sinuoso ed affollato, fino a sfociare in
una piazza dominata da una grande fontana; faccio uno sforzo, richiamo me
stesso, inizio a cercarti, passeggio e cerco in ogni minimo dettaglio qualcosa
che sappia di te: un paio di stivali, un cappotto, un profumo, il colore dei
capelli, tutto in realtà sembra parlarmi di te, tutto e niente.
Percorro il ponte pedonale che attraversa il
porto-canale e la mia attenzione oltre che dai volti delle persone è ora
attratta dalla spettacolare immagine della città che si gode da quassù,
riconosco i palazzi, i campanili, le vie, che, però, allo stesso tempo,
mostrano di essi un aspetto inconsueto, nuovo, regalandomi prospettive inedite
ad ogni sguardo…
Pochi metri e mi
troverò alla sommità del ponte, ancora nessuna traccia di te, anche se la tua
immagine è costantemente nei miei occhi.
In cima al ponte,
nella sua parte più alta, un gruppo di ragazzi suona una bella musica con
strumenti arrangiati e vestiti sgualciti: mi si apre il cuore, perché ricordo
perfettamente che queste sono il genere di cose che ti piacciono, ci saremmo
sicuramente fermati ad ascoltarli e poi li avremmo conosciuti, saremmo rimasti
a chiacchierare e magari a bere del vino insieme, perciò mi fermo, rimango per
un po’ nel capannello di gente ferma ad ascoltarli, mi giro intorno per
cercarti, ma non ci sei, e la musica pian piano sfuma in un’accozzaglia di note
indistinte.
Proseguo la mia passeggiata.
Quella che mi si
presenta davanti è la parte discendente del ponte, ho ormai superato il canale
d’acqua e mi dirigo verso la parte sud della città. Cammino sempre in un flusso
incessante di persone, le scruto tutte con discrezione, cercando di mantenere
un atteggiamento il più possibile distaccato ed indifferente, molto
probabilmente senza riuscirci.
Percorro gli ultimi
metri del ponte in maniera molto lenta, consapevole che abbandonarlo significa
abbandonare anche te, o, almeno, l’idea ti ritrovarti oggi, in questo posto; in
realtà ho da ripercorrere tutto il tragitto a ritroso, e quindi ancora diversi
minuti di cammino e tante persone da incrociare.
Dopo essermi
dilungato per qualche metro nel quartiere sud, inverto il percorso e punto di
nuovo deciso verso l’altra sponda, ricomincio la salita,
ricomincio l’attesa,
la ricerca. Incontro un giovane appoggiato ad una balaustra, è solo, in
evidente attesa di qualcuno, l’ansia, il desiderio, la speranza, l’impazienza,
sono tutti sentimenti che traspaiono palesi dalle sue espressioni che cercano,
invano, di dissimularli; mi fermo a pochi passi da lui, lo guardo ed è come
guardarmi in uno specchio, immagino di trasmettere lo stesso senso di
smarrimento…mi appoggio anch’io alla balaustra, guardando però in direzione
opposta, cioè fuori, verso il canale, ma furtivamente continuo a scrutare le
espressioni di quell’uomo in attesa, e, d’un tratto, vedo dipingersi sul suo
viso un gigantesco sorriso, lo vedo raddrizzarsi in tutta fretta, sento la voce
di una donna, mi giro, e li vedo abbracciati, rimangono li, immobili, l’uno
nelle braccia dell’altra per pochi secondi, poi se ne vanno, sento ancora le
loro risate a diversi metri di distanza.
Sono di nuovo
totalmente solo, rimango in quel punto ad osservare il canale sotto i miei
piedi, alcune idee affollano confusamente la mia mente, le ricaccio indietro
con determinazione, alzo lo sguardo, spostandolo dall’angusto canale al mare
aperto, verso l’orizzonte, l’aria fredda proveniente da nord che sferza tutto
il litorale e che, finora, non avevo praticamente considerato, mi aiuta a
respirare, poi, improvvisamente, non so dire per quale motivo, mi viene da
ridere, riprendo la mia camminata, stavolta con passo deciso e svelto, percorro,
velocemente, la seconda parte del ponte, senza quasi più guardare in faccia le
persone, smettendo di cercare, tiro dritto davanti alla fontana, ripercorro il
sinuoso marciapiedi che mi riconduce davanti alla macchina parcheggiata di
fretta, in maniera approssimativa, senza perder tempo in ulteriori manovre; sul
parabrezza trovo un foglio di carta con lo stemma del comune, ed a quel punto
il sorriso che era ricomparso sul mio viso si tramuta in una vera e propia
risata: è una multa!
Tolgo il verbale dal
parabrezza, rientro in macchina, l’accendo e sono pronto ad andare via
velocemente, quando l’ombra di una persona invade il ristretto spazio
dell’abitacolo e, nello stesso tempo, sento bussare sul finestrino...mi giro, e la vedo, bellissima e sorridente, mentre sento la sua voce che mi dice: “scusa il ritardo…”
4 commenti:
ciao...rieccomi...sento di nuovo il bisogno di scrivere...anche tu vai e vieni...
belle le tue immagini...mi riempi gli occhi...
è vero, probabilmente quest'andirivieni definisce abbastanza bene il mio carattere incostante...
ah, se ne so qualcosa....
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