22 maggio 2012

Il Disertore


Sante non aveva dubbi nella scelta tra fronte e diserzione; non capiva nemmeno come potessero essere contrapposte le due cose, anche se, in realtà, lo sapeva benissimo. Era tutto legato ad alcune parole chiave, come, ad esempio: onore, tradimento, patria, e ad alcune nozioni abbastanza semplici, come: servire la patria, difendere l’identità nazionale, e, concetto più recente, ma non meno convincente, esportare la democrazia.
Tutte parole ed idee degne della più alta considerazione, beninteso, ma lontane dal giustificare l’arruolamento coatto di cittadini ignari che dovrebbero imbracciare un fucile ed ammazzare, prima di essere ammazzati, più persone possibile; che poi la guerra, in definitiva, è questo, una questione di numeri, nelle guerre contemporanee è un po’ meno evidente, ma, alla fine, sono sempre le perdite a fare la differenza, quando sono troppo elevate rispetto al fabbisogno dei comandanti per continuare la sfida in maniera interessante, di solito, il gioco finisce.
Sante non aveva dubbi nella scelta tra fronte e diserzione; non aveva nessuna intenzione di sparare addosso a uomini che non conosceva e che, per quanto ne sapeva, potevano essere le più belle persone del mondo; sparare a qualcuno che si conosce, per un motivo personale, magari per gelosia, poteva, per assurdo, anche essere preso in considerazione, ma andare a combattere in una guerra che non hai voluto, sparare a qualcuno che quella guerra non l’ha voluta, in nome di ideali astratti che nulla hanno a che fare con te, era decisamente troppo.
Io non avevo mai considerato le cose in quella maniera, quelle erano idee che non si potevano nemmeno pensare, figurarsi esprimerle; ma bastarono pochi giorni a contatto con Sante ad aprirmi gli occhi, a far venire fuori tutto l’orrore che suscitava in me la guerra, a spazzare via, in un colpo, anni d’educazione bigotta; adesso, tra il fragore delle bombe e delle scariche di mitra, in mezzo ai corpi lacerati dal piombo, agli sguardi attoniti e trasfigurati dalla lotta per la sopravvivenza, dall’odio indotto da false ideologie, adesso, in mezzo a tutta quella follia umana, sapevo benissimo cosa fare.
L’occasione si presentò una mattina di pioggia torrenziale che faceva di tutto il fronte un unico grande pantano, rendendo le uniformi degli eserciti tutte dello stesso colore, quello della terra divenuta fango; la confusione, dovuta anche al divampare della battaglia, era totale, girai a vuoto, in mezzo al caos e alle esplosioni, prima di trovare Sante, e non rimasi particolarmente sorpreso quando mi disse che no, lui non sarebbe venuto via con me, perché per lui stare in quel posto era, paradossalmente, il modo migliore per provare a capire qualcosa in più dei meccanismi che impediscono alla mente umana di rifiutare la follia della guerra; Sante avrebbe voluto convincere, come aveva fatto con me, uno ad uno quei soldati, avrebbe voluto spiegare ad ognuno che se tutti rifiutavano di combattere per quel mucchio di frottole che ci propinavano fin da piccoli il mondo sarebbe stato per forza di cose un posto migliore; cosa potevano fare quei pochi uomini potenti contro la potenza dell’intero genere umano, avrebbero dovuto arrendersi, abbassare le armi davanti alla “forza” della Pace.
L’incertezza morale sulla correttezza della mia scelta mi accompagnò per tutti i giorni che seguirono quel nostro ultimo momento insieme, il dubbio non riguardava più le implicazioni sociali che comportavano scelte come la mia, l’idea di disertare mi aveva accompagnato fin dal primo momento e i discorsi di Sante avevano spazzato via qualsiasi mia residua esitazione, l’insicurezza che ora mi seguiva era dovuta al fatto che sentivo che aver lasciato Sante sul fronte non era stata la scelta giusta; mentre viaggiavo veloce, passeggero clandestino di un treno diretto verso Sud, pensavo che forse sarei dovuto rimanere al suo fianco per aiutarlo nella realizzazione del suo sogno, della sua Utopia; poi, mentre i morsi della fame mi  attanagliavano lo stomaco e procedevano implacabili con me, a piedi, per strade di campagna, a centinaia e centinaia di chilometri lontano da casa, mi ricordavo che era stato lui a spingermi via, a darmi la forza necessaria, o almeno, mi piaceva pensare che fosse andata in quel modo, mi faceva stare po’ meglio in mezzo a quello strazio.
Arrivai a casa una mattina d’Ottobre che sembrava Agosto, mi materializzai, sfinito, nell’aia del nostro casolare, c’erano dei bambini che giocavano, donne affaccendate anche nei lavori degli uomini, e un trambusto quasi festivo, apparentemente lontano dai clamori della guerra;
Tutti mi guardavano perplessi, con una mano sulla fronte, come un saluto militare, per mettere a fuoco ed identificare, contro quel sole splendente, la figura di quell’uomo con barba e capelli lunghi che si avvicinava; fu mia madre a riconoscermi e a corrermi incontro, seguita da tutti gli altri. Passammo i tre giorni successivi a parlare, e a togliermi la sporcizia dal corpo e dall’Anima.

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