Sante non aveva dubbi
nella scelta tra fronte e diserzione; non capiva nemmeno come potessero essere
contrapposte le due cose, anche se, in realtà, lo sapeva benissimo. Era tutto
legato ad alcune parole chiave, come, ad esempio: onore, tradimento, patria, e ad alcune nozioni abbastanza
semplici, come: servire la patria,
difendere l’identità nazionale, e, concetto più recente, ma non meno
convincente, esportare la democrazia.
Tutte parole ed idee
degne della più alta considerazione, beninteso, ma lontane dal giustificare
l’arruolamento coatto di cittadini ignari che dovrebbero imbracciare un fucile
ed ammazzare, prima di essere ammazzati, più persone possibile; che poi la
guerra, in definitiva, è questo, una questione di numeri, nelle guerre contemporanee
è un po’ meno evidente, ma, alla fine, sono sempre le perdite a fare la
differenza, quando sono troppo elevate rispetto al fabbisogno dei comandanti
per continuare la sfida in maniera interessante, di solito, il gioco finisce.
Sante non aveva dubbi
nella scelta tra fronte e diserzione; non aveva nessuna intenzione di sparare
addosso a uomini che non conosceva e che, per quanto ne sapeva, potevano essere
le più belle persone del mondo; sparare a qualcuno che si conosce, per un
motivo personale, magari per gelosia, poteva, per assurdo, anche essere preso
in considerazione, ma andare a combattere in una guerra che non hai voluto,
sparare a qualcuno che quella guerra non l’ha voluta, in nome di ideali
astratti che nulla hanno a che fare con te, era decisamente troppo.
Io non avevo mai
considerato le cose in quella maniera, quelle erano idee che non si potevano
nemmeno pensare, figurarsi esprimerle; ma bastarono pochi giorni a contatto con
Sante ad aprirmi gli occhi, a far venire fuori tutto l’orrore che suscitava in
me la guerra, a spazzare via, in un colpo, anni d’educazione bigotta; adesso,
tra il fragore delle bombe e delle scariche di mitra, in mezzo ai corpi
lacerati dal piombo, agli sguardi attoniti e trasfigurati dalla lotta per la
sopravvivenza, dall’odio indotto da false ideologie, adesso, in mezzo a tutta
quella follia umana, sapevo benissimo cosa fare.
L’occasione si
presentò una mattina di pioggia torrenziale che faceva di tutto il fronte un unico
grande pantano, rendendo le uniformi degli eserciti tutte dello stesso colore, quello
della terra divenuta fango; la confusione, dovuta anche al divampare della
battaglia, era totale, girai a vuoto, in mezzo al caos e alle esplosioni, prima
di trovare Sante, e non rimasi particolarmente sorpreso quando mi disse che no, lui non sarebbe venuto via con me,
perché per lui stare in quel posto era, paradossalmente, il modo migliore per
provare a capire qualcosa in più dei meccanismi che impediscono alla mente
umana di rifiutare la follia della guerra; Sante avrebbe voluto convincere,
come aveva fatto con me, uno ad uno quei soldati, avrebbe voluto spiegare ad
ognuno che se tutti rifiutavano di combattere per quel mucchio di frottole che
ci propinavano fin da piccoli il mondo sarebbe stato per forza di cose un posto
migliore; cosa potevano fare quei pochi uomini potenti contro la potenza
dell’intero genere umano, avrebbero dovuto arrendersi, abbassare le armi
davanti alla “forza” della Pace.
L’incertezza morale
sulla correttezza della mia scelta mi accompagnò per tutti i giorni che
seguirono quel nostro ultimo momento insieme, il dubbio non riguardava più le
implicazioni sociali che comportavano scelte come la mia, l’idea di disertare
mi aveva accompagnato fin dal primo momento e i discorsi di Sante avevano
spazzato via qualsiasi mia residua esitazione, l’insicurezza che ora mi seguiva
era dovuta al fatto che sentivo che aver lasciato Sante sul fronte non era
stata la scelta giusta; mentre viaggiavo veloce, passeggero clandestino di un
treno diretto verso Sud, pensavo che forse sarei dovuto rimanere al suo fianco
per aiutarlo nella realizzazione del suo sogno, della sua Utopia; poi, mentre i
morsi della fame mi attanagliavano lo
stomaco e procedevano implacabili con me, a piedi, per strade di campagna, a
centinaia e centinaia di chilometri lontano da casa, mi ricordavo che era stato
lui a spingermi via, a darmi la forza necessaria, o almeno, mi piaceva pensare
che fosse andata in quel modo, mi faceva stare po’ meglio in mezzo a quello
strazio.
Arrivai a casa una
mattina d’Ottobre che sembrava Agosto, mi materializzai, sfinito, nell’aia del
nostro casolare, c’erano dei bambini che giocavano, donne affaccendate anche
nei lavori degli uomini, e un trambusto quasi festivo, apparentemente lontano
dai clamori della guerra;
Tutti mi guardavano
perplessi, con una mano sulla fronte, come un saluto militare, per mettere a
fuoco ed identificare, contro quel sole splendente, la figura di quell’uomo con
barba e capelli lunghi che si avvicinava; fu mia madre a riconoscermi e a corrermi
incontro, seguita da tutti gli altri. Passammo i tre giorni successivi a
parlare, e a togliermi la sporcizia dal corpo e dall’Anima.
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