Folli i miei passi
Come d’automa
In dissolvenza di suoni
Di luci
Di colori
Senza riuscire più a percepire
Altro
Che un leggero brusio
Intermittente
Lontano…
…sempre meno.
No- esclamavo dentro
di me- ho torto, torto marcio, tutto questo correre, veloce, lontano, a chi o
cosa dovrebbe portare?
Perché è scomparso il
piacere della lentezza?
Della staticità
contemplativa?
Riflessioni.
Inopportune.
La realtà è che mi
trovo ad attraversare, a piedi, il peggior quartiere della città, del pianeta,
per quello che ne so, ed ho sentito distintamente dei passi adattarsi al ritmo
dei miei, gestire la distanza tra noi senza che le mie variazioni di ritmo abbiano
nessun’importanza, mentre tutto, intorno, sembra essere immobilizzato dalle
fioche luci che illuminano la scena di un bagliore spettrale, lugubre; che
sarebbe molto meglio il buio.
Suggestioni.
Prendo un gran
respiro, la stazione è lontana qualche centinaio di metri, la mia preparazione
atletica di calciatore amatoriale mi sarà sufficiente per mantenere un passo
abbastanza deciso da lasciare le distanze invariate, poi ci sarà
un’illuminazione migliore, qualche impiegato, alcuni passeggeri, la sicurezza
di un posto pubblico.
Confortato da questi
pensieri mi accingo a riprendere il passo, non prima, però, di essermi chinato
a raccogliere una grossa pietra che infilo nella tasca del cappotto.
Il freddo pungente
agevola il mio progetto di marcia serrata, il respiro, leggermente affannato,
si manifesta materialmente nell’aria in nuvole di fumo, sento distintamente i
battiti del cuore, le pulsazioni che si moltiplicano per tutto il corpo,
riconosco il fruscio della stoffa sulla stoffa, melodia perfetta della mia
andatura e poi il suono dei miei passi, le suole di cuoio delle mie scarpe
eleganti che dettano il ritmo preciso del mio incedere.
Sullo sfondo un
rumore in controtempo.
Indifferenza.
Devo almeno fingere
indifferenza, procedere come un treno in corsa dritto verso la mia stazione,
senza indugio alcuno.
Ancora quel rumore in
controtempo, rumore di passi, non c’è dubbio, rumore di passi che mi seguono.
Ansia.
Con una decisione
tanto improvvisa quanto incosciente e coraggiosa, arresto, di colpo, la mia
marcia, armeggio nella tasca interna del cappotto, ne tiro fuori un pacchetto
di sigarette, ne estraggo una, la porto alla bocca e una volta recuperato
l’accendino, l’accendo. Il fumo del tabacco si mischia alla condensa del
respiro in una nuvola sempre più densa.
Intorno silenzio
assoluto, ne tempo ne controtempo.
E’ fermo.
Riparto, butto la
sigaretta appena accesa, per avere la mano libera di tenere ben stretto il
sasso che ho in tasca.
Riecco il rumore dei
miei passi.
Tempo.
Una frazione di
secondo dopo ecco l’eco dei miei stessi passi.
Controtempo.
Panico.
Quella che è la
cadenza di una marcia veloce, si trasforma, molto rapidamente, in corsa.
Corsa affannosa.
La zona è veramente
deserta oltre ogni logica, ma le luci della stazione sono sempre più vicine. Il
rumore che sento alle mie spalle corrisponde esattamente al rumore dei miei
passi, anche ora che sono passi di corsa.
Non oso girarmi.
Lo sento vicino.
Troppo vicino
La mia corsa è
scomposta, troppo scomposta, il tempo di un altro paio di falcate ed inciampo
miseramente sul mio stesso piede d’appoggio, finisco di faccia sul selciato,
senza nessun gesto di protezione.
Sono fermo.
Sono a terra.
Sono fermo, a terra e
ferito
E’ la fine.
Steso immobile
sull’asfalto, con il fiato corto, il cuore impazzito, i pensieri alla deriva: è
la fine, non c’è più niente da fare, pochi secondi e sarà tutto finito.
Passano i secondi e
non accade nulla. Usando un inutile cautela mi giro, per la prima volta, a
guardare dietro di me: nello spazio semibuio che ho appena percorso non
intravedo nessun’ombra, non si sentono rumori, si direbbe che non c’è nessuno;
ma io so che ti nascondi, non so perché lo fai, ma so che sei dietro di me,
nascosto da qualche parte.
Vuole farmi
impazzire.
Faticosamente mi
rimetto in piedi, decido che la marcia è più sicura della corsa, così riprendo
progressivamente il passo giusto.
Tempo.
Controtempo.
Siamo di nuovo in marcia.
“Lunga è la strada
per la salvezza, lunga e irta d’ostacoli.”.
Passo dopo passo la
salvezza è sempre più vicina, pochi metri mi dividono dalla stazione e dal
treno locale che mi riporterà a casa, ancora un piccolo ostacolo da affrontare:
un punto dove la strada devia per aggirare un palazzo che si frappone tra me e
la stazione, diventando più stretta e se possibile più buia; superata questa
ultima insidia potrò considerarmi in salvo.
Ecco, ci siamo, la
strada abbandona il suo corso naturale per nascondersi a tendere imboscate, è
solo un gioco per lei, si diverte la traditrice.
Ma io conosco il suo
gioco, sono pronto.
Determinazione
Affronto il vicolo
con una determinazione che non ammette repliche, mani in tasca, bavero alzato,
sono un’ombra che fugge da un'altra ombra;
all’improvviso la mia
ombra scompare, inghiottita da una forma indistinta e gigantesca che, a questo
punto, deve essermi letteralmente addosso.
Mi fermo.
Si ferma.
Adatto perfettamente
la presa intorno al sasso che nascondo in tasca, lo stringo, forte, come per
creare empatia; lo estraggo, distendo il braccio lungo il fianco, il pugno
sempre più serrato intorno alla mia arma primordiale, alzo una gamba e mi
produco in un movimento, in rotazione del busto sul piede perno, non dissimile
dai movimenti dei lanciatori nel baseball, ho accumulato una discreta forza, se
lo prendo posso averne la meglio; l’urlo selvaggio che accompagna tutto il
movimento mi si spegne in gola quando, completata la rotazione, alle mie spalle
non vedo nessuno.
Nessuno.
Finalmente entro
nella piccola stazione di quartiere, buia solo un po’ meno dell’esterno e, ad
una prima occhiata, incredibilmente deserta: chiuso il bar, chiusa la biglietteria,
zero passeggeri in attesa ai binari.
So di non essere
solo, ma mi giro intorno e non vedo nessuno. Nessuno.
Un telefono, una
decina di metri più avanti sul marciapiede dello stesso binario, attira la mia
attenzione.
Lo userò per chiamare
la polizia è mettere fine a questo incubo, sono sicuro che il solo vedermi
dirigere verso la cabina lo metterà in fuga.
La raggiungo in pochi
passi, alzo la cornetta e, nervosamente,rovisto nelle tasche, con la sola mano
libera, per cercare delle monetine. Non le trovo.
Non- le- trovo.
Riaggancio la
cornetta, continuo a cercare, con tutte e due le mani questa volta; sono di
spalle all’ingresso, non mi piace, mi affretto, non le trovo, m’innervosisco,
sempre di più.
Panico.
Forte.
Dei passi, sempre più
vicini.
Per la prima volta li
sento non seguire i miei.
Solo controtempo.
Sempre più vicini,
nella mia direzione.
Terrore.
Sento il sangue ghiacciarsi
nelle vene, mentre gocce di sudore freddo m’imperlano la fronte.
Staticità.
Secoli di attesa.
All’improvviso, il
tocco di una mano sulla mia spalla destra; vuole che mi giri.
Bene.
Una forma scura,
indistinta, mi si para davanti, quasi addosso.
Non ho il tempo di
riflettere.
Non c’è tempo di
riflettere.
Chiudo gli occhi e con
tutta la forza che ho lascio andare il braccio armato di pietra fino a che la
sua corsa non viene bloccata.
Bloccata dalla sua
testa.
Riapro gli occhi e
non vedo nessuno davanti a me, mi guardo in torno e non c’è nessuno, finalmente
trovo il coraggio di guardare per terra ed ai miei piedi giace il corpo
insanguinato e sconfitto del mio carnefice.
Libertà.
Mi chino su di lui
per controllare se respira ancora.
Il sangue misto ai
grumi di una strana materia che non può non avere a che fare con il cervello
fuoriesce copioso dall’enorme squarcio provocato sul cranio dal sasso, questa
visione è più esplicativa che qualsiasi sentenza: l’ho ammazzato.
Sono libero.
Sollievo?
Sento che sto per
vomitare, distolgo lo sguardo, e solo in quel momento noto il cappello, volato
via dalla sua testa e finito qualche metro indietro, mi alzo, lo raccolgo, lo
osservo, basta poco per riconoscere che genere di cappello è: un cappello da capostazione.
Capostazione…
Faccio qualche passo
indietro.
Come ho fatto a non
accorgermene, indossa la tipica divisa da ferroviere, mi abbasso su di lui,
prendo i documenti dalla sua giacca, trovo la conferma, è un ferroviere, un
ferroviere con qualifica di capostazione locale, questo significa che si
trovava in stazione prima che io ci arrivassi.
Non potevano essere
suoi i passi che mi seguivano.
La verità,
devastante, si fa spazio nella mia mente.
Ho ammazzato un
innocente.
Un innocente.
Confusione.
Il terrore, la
nausea, la stanchezza e tutti i sentimenti, di qualsiasi natura, che
attraversano la mia anima, si fanno ora, davanti a questo corpo esanime,
timidi, quasi insignificanti al cospetto della sensazione, a cui non riesco a
dare un nome, che contrae le viscere e deriva dalla progressiva comprensione di
quello che è appena accaduto.
Consapevolezza.
Non restano che poche
cose da fare e anche abbastanza in fretta:
nascondere quel
corpo, pulire al meglio possibile e sperare nella puntualità del treno.
Inizio trascinando
dai piedi il corpo del capostazione fin dietro i bagni, dove entro per cercare
di levarmi di dosso le tracce più evidenti del delitto commesso.
Il buio della notte
mi aiuta in questo.
Il buio nasconde.
Dalla stessa
oscurità, ora mia alleata, emerge il frastuono di un treno in corsa, corro
sulla banchina, la velocità del treno in arrivo è tale da non far pensare ad
una sua prossima fermata.
Il fischio,
fortissimo, dei freni azionati dal macchinista mi dice, invece, tutto il
contrario.
La bestia è domata.
Il treno è fermo.
Le porte si aprono.
Salgo in treno ed
aspetto.
Aspetto che il treno
riparta.
Riparta e mi porti
lontano.
Lontano nel buio.
Nell’ombra.
Dove l’anima mi si
precipita.
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