15 giugno 2012

Ombre



Folli i miei passi
Come d’automa
In dissolvenza di suoni
Di luci
 Di colori
Senza riuscire più a percepire
Altro
Che un leggero brusio
Intermittente
Lontano…
…sempre meno.

No- esclamavo dentro di me- ho torto, torto marcio, tutto questo correre, veloce, lontano, a chi o cosa dovrebbe portare?
Perché è scomparso il piacere della lentezza?
Della staticità contemplativa?

Riflessioni.
Inopportune.

La realtà è che mi trovo ad attraversare, a piedi, il peggior quartiere della città, del pianeta, per quello che ne so, ed ho sentito distintamente dei passi adattarsi al ritmo dei miei, gestire la distanza tra noi senza che le mie variazioni di ritmo abbiano nessun’importanza, mentre tutto, intorno, sembra essere immobilizzato dalle fioche luci che illuminano la scena di un bagliore spettrale, lugubre; che sarebbe molto meglio il buio.

Suggestioni.

Prendo un gran respiro, la stazione è lontana qualche centinaio di metri, la mia preparazione atletica di calciatore amatoriale mi sarà sufficiente per mantenere un passo abbastanza deciso da lasciare le distanze invariate, poi ci sarà un’illuminazione migliore, qualche impiegato, alcuni passeggeri, la sicurezza di un posto pubblico.
Confortato da questi pensieri mi accingo a riprendere il passo, non prima, però, di essermi chinato a raccogliere una grossa pietra che infilo nella tasca del cappotto.
Il freddo pungente agevola il mio progetto di marcia serrata, il respiro, leggermente affannato, si manifesta materialmente nell’aria in nuvole di fumo, sento distintamente i battiti del cuore, le pulsazioni che si moltiplicano per tutto il corpo, riconosco il fruscio della stoffa sulla stoffa, melodia perfetta della mia andatura e poi il suono dei miei passi, le suole di cuoio delle mie scarpe eleganti che dettano il ritmo preciso del mio incedere.
Sullo sfondo un rumore in controtempo.

Indifferenza.

Devo almeno fingere indifferenza, procedere come un treno in corsa dritto verso la mia stazione, senza indugio alcuno.
Ancora quel rumore in controtempo, rumore di passi, non c’è dubbio, rumore di passi che mi seguono.

Ansia.

Con una decisione tanto improvvisa quanto incosciente e coraggiosa, arresto, di colpo, la mia marcia, armeggio nella tasca interna del cappotto, ne tiro fuori un pacchetto di sigarette, ne estraggo una, la porto alla bocca e una volta recuperato l’accendino, l’accendo. Il fumo del tabacco si mischia alla condensa del respiro in una nuvola sempre più densa.
Intorno silenzio assoluto, ne tempo ne controtempo.
E’ fermo.
Riparto, butto la sigaretta appena accesa, per avere la mano libera di tenere ben stretto il sasso che ho in tasca.
Riecco il rumore dei miei passi.
Tempo.
Una frazione di secondo dopo ecco l’eco dei miei stessi passi.
Controtempo.

Panico.

Quella che è la cadenza di una marcia veloce, si trasforma, molto rapidamente, in corsa.
Corsa affannosa.
La zona è veramente deserta oltre ogni logica, ma le luci della stazione sono sempre più vicine. Il rumore che sento alle mie spalle corrisponde esattamente al rumore dei miei passi, anche ora che sono passi di corsa.
Non oso girarmi.
Lo sento vicino.

Troppo vicino

La mia corsa è scomposta, troppo scomposta, il tempo di un altro paio di falcate ed inciampo miseramente sul mio stesso piede d’appoggio, finisco di faccia sul selciato, senza nessun gesto di protezione.
Sono fermo.
Sono a terra.
Sono fermo, a terra e ferito

E’ la fine.

Steso immobile sull’asfalto, con il fiato corto, il cuore impazzito, i pensieri alla deriva: è la fine, non c’è più niente da fare, pochi secondi e sarà tutto finito.
Passano i secondi e non accade nulla. Usando un inutile cautela mi giro, per la prima volta, a guardare dietro di me: nello spazio semibuio che ho appena percorso non intravedo nessun’ombra, non si sentono rumori, si direbbe che non c’è nessuno; ma io so che ti nascondi, non so perché lo fai, ma so che sei dietro di me, nascosto da qualche parte.

Vuole farmi impazzire.

Faticosamente mi rimetto in piedi, decido che la marcia è più sicura della corsa, così riprendo progressivamente il passo giusto.
Tempo.
Controtempo.
Siamo di nuovo in marcia.

“Lunga è la strada per la salvezza, lunga e irta d’ostacoli.”.

Passo dopo passo la salvezza è sempre più vicina, pochi metri mi dividono dalla stazione e dal treno locale che mi riporterà a casa, ancora un piccolo ostacolo da affrontare: un punto dove la strada devia per aggirare un palazzo che si frappone tra me e la stazione, diventando più stretta e se possibile più buia; superata questa ultima insidia potrò considerarmi in salvo.
Ecco, ci siamo, la strada abbandona il suo corso naturale per nascondersi a tendere imboscate, è solo un gioco per lei, si diverte la traditrice.
Ma io conosco il suo gioco, sono pronto.

Determinazione


Affronto il vicolo con una determinazione che non ammette repliche, mani in tasca, bavero alzato, sono un’ombra che fugge da un'altra ombra;
all’improvviso la mia ombra scompare, inghiottita da una forma indistinta e gigantesca che, a questo punto, deve essermi letteralmente addosso.
Mi fermo.
Si ferma.
Adatto perfettamente la presa intorno al sasso che nascondo in tasca, lo stringo, forte, come per creare empatia; lo estraggo, distendo il braccio lungo il fianco, il pugno sempre più serrato intorno alla mia arma primordiale, alzo una gamba e mi produco in un movimento, in rotazione del busto sul piede perno, non dissimile dai movimenti dei lanciatori nel baseball, ho accumulato una discreta forza, se lo prendo posso averne la meglio; l’urlo selvaggio che accompagna tutto il movimento mi si spegne in gola quando, completata la rotazione, alle mie spalle non vedo nessuno.

Nessuno.

Finalmente entro nella piccola stazione di quartiere, buia solo un po’ meno dell’esterno e, ad una prima occhiata, incredibilmente deserta: chiuso il bar, chiusa la biglietteria, zero passeggeri in attesa ai binari.
So di non essere solo, ma mi giro intorno e non vedo nessuno. Nessuno.
Un telefono, una decina di metri più avanti sul marciapiede dello stesso binario, attira la mia attenzione.
Lo userò per chiamare la polizia è mettere fine a questo incubo, sono sicuro che il solo vedermi dirigere verso la cabina lo metterà in fuga.
La raggiungo in pochi passi, alzo la cornetta e, nervosamente,rovisto nelle tasche, con la sola mano libera, per cercare delle monetine. Non le trovo.
Non- le- trovo.
Riaggancio la cornetta, continuo a cercare, con tutte e due le mani questa volta; sono di spalle all’ingresso, non mi piace, mi affretto, non le trovo, m’innervosisco, sempre di più.
Panico.
Forte.
Dei passi, sempre più vicini.
Per la prima volta li sento non seguire i miei.
Solo controtempo.
Sempre più vicini, nella mia direzione.
Terrore.
Sento il sangue ghiacciarsi nelle vene, mentre gocce di sudore freddo m’imperlano la fronte.

Staticità.

Secoli di attesa.

All’improvviso, il tocco di una mano sulla mia spalla destra; vuole che mi giri.
Bene.
Una forma scura, indistinta, mi si para davanti, quasi addosso.
Non ho il tempo di riflettere.
Non c’è tempo di riflettere.
Chiudo gli occhi e con tutta la forza che ho lascio andare il braccio armato di pietra fino a che la sua corsa non viene bloccata.
Bloccata dalla sua testa.
Riapro gli occhi e non vedo nessuno davanti a me, mi guardo in torno e non c’è nessuno, finalmente trovo il coraggio di guardare per terra ed ai miei piedi giace il corpo insanguinato e sconfitto del mio carnefice.

Libertà.

Mi chino su di lui per controllare se respira ancora.
Il sangue misto ai grumi di una strana materia che non può non avere a che fare con il cervello fuoriesce copioso dall’enorme squarcio provocato sul cranio dal sasso, questa visione è più esplicativa che qualsiasi sentenza: l’ho ammazzato.

Sono libero.

Sollievo?

Sento che sto per vomitare, distolgo lo sguardo, e solo in quel momento noto il cappello, volato via dalla sua testa e finito qualche metro indietro, mi alzo, lo raccolgo, lo osservo, basta poco per riconoscere che genere di cappello è:  un cappello da capostazione.

Capostazione…

Faccio qualche passo indietro.
Come ho fatto a non accorgermene, indossa la tipica divisa da ferroviere, mi abbasso su di lui, prendo i documenti dalla sua giacca, trovo la conferma, è un ferroviere, un ferroviere con qualifica di capostazione locale, questo significa che si trovava in stazione prima che io ci arrivassi.
Non potevano essere suoi i passi che mi seguivano.
La verità, devastante, si fa spazio nella mia mente.
Ho ammazzato un innocente.
Un innocente.

Confusione.

Il terrore, la nausea, la stanchezza e tutti i sentimenti, di qualsiasi natura, che attraversano la mia anima, si fanno ora, davanti a questo corpo esanime, timidi, quasi insignificanti al cospetto della sensazione, a cui non riesco a dare un nome, che contrae le viscere e deriva dalla progressiva comprensione di quello che è appena accaduto.

Consapevolezza.

Non restano che poche cose da fare e anche abbastanza in fretta:
nascondere quel corpo, pulire al meglio possibile e sperare nella puntualità del treno.
Inizio trascinando dai piedi il corpo del capostazione fin dietro i bagni, dove entro per cercare di levarmi di dosso le tracce più evidenti del delitto commesso.
Il buio della notte mi aiuta in questo.
Il buio nasconde.
Dalla stessa oscurità, ora mia alleata, emerge il frastuono di un treno in corsa, corro sulla banchina, la velocità del treno in arrivo è tale da non far pensare ad una sua prossima fermata.
Il fischio, fortissimo, dei freni azionati dal macchinista mi dice, invece, tutto il contrario.
La bestia è domata.
Il treno è fermo.
Le porte si aprono.
Salgo in treno ed aspetto.
Aspetto che il treno riparta.
Riparta e mi porti lontano.
Lontano nel buio.
Nell’ombra. 
Dove l’anima mi si precipita.






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