28 giugno 2012

Ombre (in reverse order)


Tutto il giorno a sentir sferragliare.
Facce d’uomini e di donne in quantità,
vecchi e bambini, adulti in carriera, studenti svogliati, preti e immigrati; qualche cane accompagna fedele il suo padrone spiantato, brutti ceffi regalano al mondo un nuovo drogato.
Un treno che arriva, un altro riparte.
Tutto il giorno a sentir sferragliare.
E’ il mio mestiere.
Il mestiere di capostazione.

Poi lentamente il traffico diminuisce, le facce sono le stesse, ma i passi sono accelerati, più il buio avanza, maggiore è il desiderio di raggiungere il proprio rifugio, di abbandonare questa dimensione parallela, questa terra di tutti e di nessuno che è la stazione, per ritrovare, il più in fretta possibile, la sicurezza dell’universo conosciuto, e così, lentamente, come ogni giorno da quando faccio questo lavoro, mi accorgo di essere rimasto solo, solo al centro di quello che è il mio universo conosciuto, di quella che è un po’ la mia casa: la stazione ferroviaria.

-In effetti, quando cala la notte e la stazione si svuota, spesso la malinconia prende il sopravvento e comincio a desiderare la mia vera casa, questa sera in particolare poi, che il vuoto sembra essere totale: chiuso il bar, chiusa la biglietteria, zero passeggeri in attesa ai binari.

Coraggio, devo assolutamente farmi coraggio:

Solo due treni e poco più di un’ora mi dividono dal cambio del turno, posso resistere, ci sono abituato.

Ma questa notte è così fredda,
così buia,
così desolata,
mi fa rabbrividire e mi riempie la testa di strani pensieri.

Faccio un giro di controllo sperando di incontrare qualche viaggiatore in attesa, ho voglia di parlare con qualcuno, ho bisogno di un pò di calore umano per scacciare questi pensieri che non vogliono saperne di lasciarmi in pace;
 Normalmente, gli ultimi treni della sera sono abbastanza frequentati, s’incontrano facilmente persone che aspettano di prenderli,  persone che aspettano che qualcuno scenda.
Esclusa questa sera.
Questa sera sembra che tutto il mondo sia scomparso.
Tutti chiusi in casa, al sicuro da un evento catastrofico imminente.
Faccio un altro giro.
Niente.
Nessuno.
Il freddo mi spinge a continuare la mia camminata.
Il silente deserto che mi circonda mi spinge a pensare.
Assecondo entrambe le pulsioni: la prima percorrendo centinaia di metri, tutti in circolo all’interno della stazione, la seconda cercando di richiamare alla mente immagini, di qualsiasi genere, che possano aiutarmi a  tenere lantana questa malinconia improvvisa;
mi viene in mente mia moglie ed il letto caldo che mi aspetta, dove però non entrerò prima di essere passato dalla camera dei bambini, per controllare che siano a letto, per guardarli un po’ dormire, finendo regolarmente con lo svegliarli.
La solita routine, insomma.
La solita, meravigliosa, routine.

Ma non funziona.

Quella che percepivo come una leggera sensazione di smarrimento, si sta, rapidamente, tramutando in angoscia.
Angoscia immotivata, certo, ma proprio per questo più opprimente.
Angoscia che si nutre di paure ancestrali.
Per fortuna il mio lavoro interviene ad arginare questa deriva irrazionale: un treno è in arrivo.
Pochi minuti ed entrerà in stazione, dando l’impressione, come sempre, di non avere nessun’intenzione, né possibilità, di rallentare la sua corsa; il fischio, fortissimo, dei freni azionati dal macchinista, mi dice invece tutto il contrario:
La bestia è domata.
Il treno è fermo.
Appena completata la manovra d’arresto si sente il caratteristico sbuffo, dovuto al meccanismo, probabilmente idraulico, che gestisce l’apertura delle porte; il binario è completamente invaso dai rumori di assestamento della macchina e dal fumo che esce dalle sue varie parti arroventate.
La banchina è completamente deserta.
Faccio correre il mio sguardo da un capo all’altro del treno e non vedo scendere nessuno.
Nessuno.
Una sottile corrente d’aria gelida mi soffia sul collo.
Un brivido mi attraversa tutto il corpo.
Passano pochi minuti, ed il braccio del macchinista, allungato fuori dal finestrino, nel salutarmi mi chiede il permesso di ripartire; impiego alcuni secondi nel reagire a questo codice, poi mi riprendo, metto il fischietto in bocca e mentre richiamo aria dai polmoni per azionarlo, alzo la paletta mostrando al macchinista la parte colorata di verde: via libera.

La sensazione di solitudine che finora ha dettato i ritmi di quest’assurda serata è semplicemente amplificata dal passaggio di questo treno fantasma.
Di buono c’è che dopo questo passaggio ne manca solo uno, circa mezz’ora e l’ultimo treno del mio turno sarà transitato, così potrò finalmente liberarmi…

Torno in guardiola.
Tengo duro.

Qui sto bene, l’ambiente è caldo, gli schermi, collegati a delle telecamere a circuito chiuso, mi permettono di tenere d’occhio la situazione e, quindi, di non venir meno ai miei doveri, in più ci sono diverse buone letture, utilissime per portare la mente altrove, lontana da queste insensate angosce, da queste frustranti paranoie.

Mi calo l’elmetto.
Imbraccio il fucile.
Mi piazzo in trincea.
L’occhio vigile, addosso al nemico: venite a prendermi.

Entro in contatto, via radio, con il macchinista:
mi annuncia, non senza una punta d’orgoglio, che entreranno in stazione esattamente tra mezz’ora, senza un minuto di ritardo.

Il treno corre e questo peso sull’anima sembra, progressivamente, alleggerirsi.
Qui sono al sicuro, fanculo i controlli; m’immergerò nella lettura, al caldo tranquillo della guardiola.

Nel totale silenzio che mi circonda odo, distinto, un rumore di passi; sento rimbalzare il loro eco fin dentro il mio ufficio: qualcuno è, finalmente, entrato in stazione.
Mi protendo, allungo il collo fino a sfiorare la vetrata che s’affaccia sull’atrio, sospendo la respirazione, non muovo un muscolo, mi metto in ascolto: è incredibile, quelli che sento sono davvero dei passi.
In marcia serrata, decisi, irrompono a spezzare quest’isolamento irreale, non sono più solo, una persona, che Dio la benedica, è entrata in stazione.

Ascolto con ancora maggiore attenzione.

Al ritmo perfettamente regolare dei passi uditi, si alterna un altro ritmo, altrettanto regolare, solo un po’ più distante ed attutito.
Le persone in stazione sono due, non c’è dubbio.
Rimango fermo, con il cuore colmo di gioia, ad ascoltare i loro passi:
Tempo.
Controtempo.

L’ isolamento è rotto, l’ultimo treno del mio turno è in arrivo, l’angoscia è passata.

Chiudo il libro che tengo in mano senza averne letto neppure una parola, lo appoggio sulla scrivania che ho di fronte, scosto la sedia e mi alzo; scendo i tre gradini, che tengono l’ufficio in posizione leggermente rialzata rispetto ai binari, con il cuore leggero.

Sono fuori.

L’uomo entrato in stazione ha uno strano atteggiamento; ed è uno solo, l’altro che mi è parso di sentire non si vede, pare non esserci, anche se continuo a sentirlo…

Tempo.
Controtempo.

L’uomo dallo strano atteggiamento avanza a passo di marcia, a tratti di corsa, è affannato e sembra mormorare delle frasi.
Si volta spesso.
Sembra si senta inseguito.
Forse braccato.
Inizio, cautamente, ad avvicinarmi.
Il suo passo è sempre più veloce, sembra dirigersi verso la cabina telefonica.
Dietro di lui non c’è traccia d’essere umano, ma solo rumore di passi in controtempo.
Siamo sempre più vicini.
Non sembra avermi visto.
Arrivato al telefono si ferma.
Silenzio.
Né tempo ne controtempo.
Lo vedo cercare freneticamente delle monetine.
Non sembra trovarle.

Quest’uomo non mi sembra tranquillo ed anche se la stazione è vuota il mio vigilare non deve mai venire meno, quindi con la scusa di prestargli una monetina per il telefono, mi avvicino.
Ora sono solo i miei passi a riecheggiare lungo i binari deserti.
Il tizio ha riagganciato la cornetta e con entrambe le mani continua, nervosamente, a rivoltarsi le tasche.
Mi viene da sorridere, mentre mi avvicino giocherellando con un paio di monetine in mano;
 Immagino che lo farò felice, perché mi sembra che abbia decisamente bisogno di telefonare.
Sono così vicino adesso che la mia ombra sovrasta interamente la sua, lasciandolo al buio. Non può non essersi accorto di me, ma, quasi ostentatamente, evita di girarsi; gli appoggio la mano su una spalla, in modo da invitarlo a voltarsi.
Passano altri secondi senza che accada nulla, poi, quasi impercettibile, capto il suono di una voce, mi pare sussurri la parola “bene”.
Un attimo dopo quelli che mi trovo davanti sono gli occhi di un pazzo.
L’urlo che mi travolge è l’urlo di un pazzo.
La pietra non la vedo.
Il colpo non lo sento.

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