Tutto il giorno a
sentir sferragliare.
Facce d’uomini e di
donne in quantità,
vecchi e bambini,
adulti in carriera, studenti svogliati, preti e immigrati; qualche cane
accompagna fedele il suo padrone spiantato, brutti ceffi regalano al mondo un
nuovo drogato.
Un treno che arriva,
un altro riparte.
Tutto il giorno a
sentir sferragliare.
E’ il mio mestiere.
Il mestiere di
capostazione.
Poi lentamente il
traffico diminuisce, le facce sono le stesse, ma i passi sono accelerati, più
il buio avanza, maggiore è il desiderio di raggiungere il proprio rifugio, di
abbandonare questa dimensione parallela, questa terra di tutti e di nessuno che
è la stazione, per ritrovare, il più in fretta possibile, la sicurezza
dell’universo conosciuto, e così, lentamente, come ogni giorno da quando faccio
questo lavoro, mi accorgo di essere rimasto solo, solo al centro di quello che
è il mio universo conosciuto, di quella che è un po’ la mia casa: la stazione
ferroviaria.
-In effetti, quando
cala la notte e la stazione si svuota, spesso la malinconia prende il
sopravvento e comincio a desiderare la mia vera
casa, questa sera in particolare poi, che il vuoto sembra essere totale: chiuso
il bar, chiusa la biglietteria, zero passeggeri in attesa ai binari.
Coraggio, devo
assolutamente farmi coraggio:
Solo due treni e poco
più di un’ora mi dividono dal cambio del turno, posso resistere, ci sono
abituato.
Ma questa notte è
così fredda,
così buia,
così desolata,
mi fa rabbrividire e
mi riempie la testa di strani pensieri.
Faccio un giro di
controllo sperando di incontrare qualche viaggiatore in attesa, ho voglia di
parlare con qualcuno, ho bisogno di un pò di calore umano per scacciare questi
pensieri che non vogliono saperne di lasciarmi in pace;
Normalmente, gli ultimi treni della sera sono
abbastanza frequentati, s’incontrano facilmente persone che aspettano di
prenderli, persone che aspettano che
qualcuno scenda.
Esclusa questa sera.
Questa sera sembra che
tutto il mondo sia scomparso.
Tutti chiusi in casa,
al sicuro da un evento catastrofico imminente.
Faccio un altro giro.
Niente.
Nessuno.
Il freddo mi spinge a
continuare la mia camminata.
Il silente deserto
che mi circonda mi spinge a pensare.
Assecondo entrambe le
pulsioni: la prima percorrendo centinaia di metri, tutti in circolo all’interno
della stazione, la seconda cercando di richiamare alla mente immagini, di
qualsiasi genere, che possano aiutarmi a
tenere lantana questa malinconia improvvisa;
mi viene in mente mia
moglie ed il letto caldo che mi aspetta, dove però non entrerò prima di essere
passato dalla camera dei bambini, per controllare che siano a letto, per
guardarli un po’ dormire, finendo regolarmente con lo svegliarli.
La solita routine,
insomma.
La solita,
meravigliosa, routine.
Ma non funziona.
Quella che percepivo
come una leggera sensazione di smarrimento, si sta, rapidamente, tramutando in
angoscia.
Angoscia immotivata,
certo, ma proprio per questo più opprimente.
Angoscia che si nutre
di paure ancestrali.
Per fortuna il mio
lavoro interviene ad arginare questa deriva irrazionale: un treno è in arrivo.
Pochi minuti ed
entrerà in stazione, dando l’impressione, come sempre, di non avere nessun’intenzione,
né possibilità, di rallentare la sua corsa; il fischio, fortissimo, dei freni
azionati dal macchinista, mi dice invece tutto il contrario:
La bestia è domata.
Il treno è fermo.
Appena completata la
manovra d’arresto si sente il caratteristico sbuffo, dovuto al meccanismo,
probabilmente idraulico, che gestisce l’apertura delle porte; il binario è
completamente invaso dai rumori di assestamento della macchina e dal fumo che
esce dalle sue varie parti arroventate.
La banchina è
completamente deserta.
Faccio correre il mio
sguardo da un capo all’altro del treno e non vedo scendere nessuno.
Nessuno.
Una sottile corrente d’aria
gelida mi soffia sul collo.
Un brivido mi
attraversa tutto il corpo.
Passano pochi minuti,
ed il braccio del macchinista, allungato fuori dal finestrino, nel salutarmi mi
chiede il permesso di ripartire; impiego alcuni secondi nel reagire a questo
codice, poi mi riprendo, metto il fischietto in bocca e mentre richiamo aria
dai polmoni per azionarlo, alzo la paletta mostrando al macchinista la parte
colorata di verde: via libera.
La sensazione di
solitudine che finora ha dettato i ritmi di quest’assurda serata è
semplicemente amplificata dal passaggio di questo treno fantasma.
Di buono c’è che dopo
questo passaggio ne manca solo uno, circa mezz’ora e l’ultimo treno del mio
turno sarà transitato, così potrò finalmente liberarmi…
Torno in guardiola.
Tengo duro.
Qui sto bene,
l’ambiente è caldo, gli schermi, collegati a delle telecamere a circuito
chiuso, mi permettono di tenere d’occhio la situazione e, quindi, di non venir
meno ai miei doveri, in più ci sono diverse buone letture, utilissime per
portare la mente altrove, lontana da queste insensate angosce, da queste
frustranti paranoie.
Mi calo l’elmetto.
Imbraccio il fucile.
Mi piazzo in trincea.
L’occhio vigile, addosso
al nemico: venite a prendermi.
Entro in contatto,
via radio, con il macchinista:
mi annuncia, non
senza una punta d’orgoglio, che entreranno in stazione esattamente tra
mezz’ora, senza un minuto di ritardo.
Il treno corre e
questo peso sull’anima sembra, progressivamente, alleggerirsi.
Qui sono al sicuro,
fanculo i controlli; m’immergerò nella lettura, al caldo tranquillo della
guardiola.
Nel totale silenzio
che mi circonda odo, distinto, un rumore di passi; sento rimbalzare il loro eco
fin dentro il mio ufficio: qualcuno è, finalmente, entrato in stazione.
Mi protendo, allungo
il collo fino a sfiorare la vetrata che s’affaccia sull’atrio, sospendo la
respirazione, non muovo un muscolo, mi metto in ascolto: è incredibile, quelli
che sento sono davvero dei passi.
In marcia serrata,
decisi, irrompono a spezzare quest’isolamento irreale, non sono più solo, una
persona, che Dio la benedica, è entrata in stazione.
Ascolto con ancora
maggiore attenzione.
Al ritmo
perfettamente regolare dei passi uditi, si alterna un altro ritmo, altrettanto
regolare, solo un po’ più distante ed attutito.
Le persone in
stazione sono due, non c’è dubbio.
Rimango fermo, con il
cuore colmo di gioia, ad ascoltare i loro passi:
Tempo.
Controtempo.
L’ isolamento è
rotto, l’ultimo treno del mio turno è in arrivo, l’angoscia è passata.
Chiudo il libro che
tengo in mano senza averne letto neppure una parola, lo appoggio sulla
scrivania che ho di fronte, scosto la sedia e mi alzo; scendo i tre gradini,
che tengono l’ufficio in posizione leggermente rialzata rispetto ai binari, con
il cuore leggero.
Sono fuori.
L’uomo entrato in
stazione ha uno strano atteggiamento; ed è uno solo, l’altro che mi è parso di
sentire non si vede, pare non esserci, anche se continuo a sentirlo…
Tempo.
Controtempo.
L’uomo dallo strano
atteggiamento avanza a passo di marcia, a tratti di corsa, è affannato e sembra
mormorare delle frasi.
Si volta spesso.
Sembra si senta
inseguito.
Forse braccato.
Inizio, cautamente,
ad avvicinarmi.
Il suo passo è sempre
più veloce, sembra dirigersi verso la cabina telefonica.
Dietro di lui non c’è
traccia d’essere umano, ma solo rumore di passi in controtempo.
Siamo sempre più
vicini.
Non sembra avermi
visto.
Arrivato al telefono
si ferma.
Silenzio.
Né tempo ne controtempo.
Lo vedo cercare
freneticamente delle monetine.
Non sembra trovarle.
Quest’uomo non mi
sembra tranquillo ed anche se la stazione è vuota il mio vigilare non deve mai
venire meno, quindi con la scusa di prestargli una monetina per il telefono, mi
avvicino.
Ora sono solo i miei
passi a riecheggiare lungo i binari deserti.
Il tizio ha
riagganciato la cornetta e con entrambe le mani continua, nervosamente, a
rivoltarsi le tasche.
Mi viene da
sorridere, mentre mi avvicino giocherellando con un paio di monetine in mano;
Immagino che lo farò felice, perché mi sembra
che abbia decisamente bisogno di telefonare.
Sono così vicino
adesso che la mia ombra sovrasta interamente la sua, lasciandolo al buio. Non
può non essersi accorto di me, ma, quasi ostentatamente, evita di girarsi; gli
appoggio la mano su una spalla, in modo da invitarlo a voltarsi.
Passano altri secondi
senza che accada nulla, poi, quasi impercettibile, capto il suono di una voce,
mi pare sussurri la parola “bene”.
Un attimo dopo quelli
che mi trovo davanti sono gli occhi di un pazzo.
L’urlo che mi
travolge è l’urlo di un pazzo.
La pietra non la
vedo.
Il colpo non lo
sento.
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