8 luglio 2012

Nel buio


Il treno riparte regolarmente.
Pochi minuti e siamo già fuori della stazione.
Guadagniamo progressivamente velocità, ancora un po’ e c’immergeremo, totalmente, nell’oscurità di questa notte senza luna.
Il convoglio, in linea con la desolazione della serata, non si presenta affollato;
Tuttavia in ogni scompartimento c’è almeno un viaggiatore, questo particolare mi costringerà a dividere la mia solitudine con uno sconosciuto.
Di buono c’è che posso scegliermi la faccia che più m’ispira, poi dovrò solo prestare attenzione a non destare sospetti.

Calma.

Prendo posto in un settore dove siede un signore dall’aspetto curato e distinto, dall’aria rassicurante; vorrei evitare di sedermi di fronte a lui, ma la mia esigenza di prendere posto vicino al finestrino coincide con la sua, così ci ritroviamo seduti uno di fronte all’altro.
Affabile, mi sorride e mi saluta, prima di reimmergersi nella lettura di un quotidiano, un’edizione della notte, acquistata, probabilmente, alla stazione centrale.
Io non ho niente da leggere e quindi, per evitare imbarazzi, guardo fisso fuori del finestrino, come per contemplare il paesaggio, dimentico del buio assoluto che regna nelle campagne desolate.
La mia immagine si riflette sulla superficie del finestrino: ho proprio l’aria di una persona per bene, certo l’espressione del viso denota una certa stanchezza, un’ombra di barba la evidenzia ulteriormente, ed i vestiti iniziano a sgualcirsi un po’, ma nell’insieme l’immagine che do di me è più che dignitosa; questa considerazione mi soddisfa, la persona seduta davanti a me sembra approvarla in pieno, inizio a rilassarmi.

Sono nel buio ed inizio a rilassarmi, ad immergermi in un sonno leggero che produce visioni rassicuranti e strani sogni che affiorano  alle mie labbra semi-addormentate in infantili filastrocche negazioniste:

Seduto su un treno
Che corre veloce
Mi porta lontano
Da quel luogo atroce
Mi sorprendo sereno
Ed assorto a pensare
Che sono innocente
Non ho fatto niente…


…Riemergo improvvisamente, riportato a galla da una macchia di colore rosso che dilaga nel mio spazio visivo;   
 La coscienza sì riproietta, velocissima, sulla mia immagine: riaffiorando dal buio, attraverso il finestrino, si focalizza sul riflesso, evidentissimo, di una macchia di sangue.
Una grossa, ingombrante, macchia di sangue si staglia inequivocabilmente sulla parte inferiore della mia camicia, richiamandomi, come un faro nel mare in tempesta, al porto buio delle mie colpe, alla realtà della mia condizione d’uomo in fuga;
Questa scoperta ha un effetto devastante sul mio miserabile tentativo di rimozione: non tanto o non solo nella consapevolezza dei futuri rischi di una fuga al buio, quanto, piuttosto, di fronte alla cognizione, lucida, feroce, della mia fuga nel buio, della totale mancanza del rimorso, della completa assenza dei sentimenti davanti al sangue che inzuppa parte della mia camicia; sangue di un uomo innocente, che solo mezz’ora fa era vivo ed ignaro della mia esistenza, ed ora giace a terra con il cranio fracassato da una pietra impugnata dalla mia mano, ucciso dalle mie paranoie.

Questo è il suo sangue.
Questa fuga è la mia colpa.

Mi accorgo che i rimorsi e i sentimenti sono, in realtà, tutt’altro che assenti dalla mia coscienza; ma oramai è in ogni caso troppo tardi per lasciarsi prendere da essi:
Il treno corre veloce, il buio, tra qualche ora, svanirà, e la luce gentile del mattino mi consegnerà ad un nuovo giorno che mi porterà l’affetto dei miei cari, il caldo abbraccio della mia casa, il conforto delle mie abitudini. Il susseguirsi di queste giornate ed il lento, ma inesorabile, scorrere del tempo, aiuteranno la coscienza dolente a sprofondare nel buio di un analgesico oblio, lasciando in superficie, nella luce, l’animo pulito di un uomo innocente.
Tutto questo accadrà ed è per questo che diventa vitale coprire questa macchia di sangue.

Ritorno ad avere il pieno controllo dei miei pensieri.

Con una serie di movimenti, un po’ forzati, cerco di mettermi in una posizione adatta a coprire la macchia.
Trovo quella giusta, ma per mantenerla devo rimanere troppo a lungo in un atteggiamento scomodo ed innaturale.
C’è bisogno di una soluzione diversa.
Mi alzo e prendo il cappotto, accartocciato distrattamente nel posto vuoto alla mia sinistra, lo indosso.
“Sente freddo?”
La voce, improvvisa, s’impone sull’incedere ritmato procurato dal treno in corsa.
“No”
La mia risposta arriva immediata, senza riflettere gli dico che no, non ho freddo, ma non considero di aver appena indossato il cappotto.
Non contento rafforzo la contraddizione appena espressa con nuovi fatti: alzo il bavero del cappotto e me lo stringo al petto, esattamente come chi si rannicchia per cercare più calore possibile.
Il signore mi guarda sereno, con un leggero sorriso, sembra che questo minimo accenno di conversazione sia, per fortuna, gia esaurito; ma prima che i miei pensieri possano ripartire per luoghi un tempo sconosciuti, la sua voce, decisa se pur gentile, torna ad imporsi ai rumori di fondo del treno:
“si direbbe il contrario, si sente, forse, poco bene?”
“qualche brivido, come di febbre, in effetti, lo sento” non posso dire altrimenti.
In maniera del tutto inaspettata si sporge in avanti, verso di me, appoggia la sua mano protesa sulla mia fronte; istintivamente, con gesto di stizza, l’afferro per il polso e l’allontano dalla mia faccia.
La mia reazione funziona in pieno, si ritrae immediatamente verso il suo posto, alzando entrambe le mani e assumendo un’espressione di costernate scuse, costernazione che tuttavia dura lo spazio di un attimo, perché immediatamente dopo torno a leggere sul suo viso l’espressione di serafico contegno notata dal primo sguardo, velata solo da una leggera smorfia di preoccupazione: “la sua fronte è madida di sudore, sicuramente ha la febbre alta” è un apprensione quasi giocosa la sua, come quella di un adulto che accudisce un bambino, è tutto molto strano, m’innervosisco; la febbre, che non avevo minimamente considerato, mi sembra che ora bruci letteralmente dentro di me,
i pensieri si confondono, la vista s’offusca, lo scompartimento prende improvvisamente a girare vorticosamente senza che io riesca a fare niente per fermarlo; il signore seduto davanti a me continua a guardarmi impassibile, non c’è più traccia di preoccupazione sul suo volto, anzi, una specie di ghigno sembra essersi impossessato di lui.
La carrozza continua a girare vorticosamente ed un pensiero s’insinua, velenoso, nella mia mente, un pensiero famigliare che, tuttavia, non riesco a decifrare: un’idea che cerca disperatamente di illuminare il buio.
Senza riuscirci.
L’oscurità prende completamente il sopravvento.
Il vortice furioso mi risucchia nel caos delle colpe ancestrali.
D’un tratto tutti i rumori spariscono, niente più percezioni o sensazioni, ma solo la coscienza, quella si, fortissima, della precipitosa caduta verso un mistero insondabile, dell’abisso nel quale, senza indugio, mi sono buttato.
Attraverso, ad altissima velocità, miriadi d’altre dimensioni.
Non ho nessun controllo.
Non provo niente.
Non sento nulla e queste fiamme non mi bruciano.
Poi, di colpo, sono attratto da una voce incantatrice che sembra riportarmi in superficie, mi chiama ripetutamente e con educata decisione mi risolleva.
Le fiamme sono sotto di me, lo so, ma ormai non riesco nemmeno più a vederle.
Respiro.
Riemergo nella carrozza di un treno fermo.
Annaspo alla vista di un uomo in divisa da ferroviere, che gentilmente mi invita a scendere dal treno, ricordandomi che siamo al capolinea di questa corsa.
Guardo davanti a me, non vedo nessuno, mi giro intorno, i posti dello scompartimento sono tutti liberi; allora chiedo al controllore se ha visto scendere il signore che ha diviso la carrozza con me durante tutto il viaggio: l’uomo in divisa mi guarda perplesso, si toglie il cappello per grattarsi la testa e, con espressione mesta, quasi in tono di scuse, mi dice che per tutto il tragitto, è disposto a giurarlo, nessuno, oltre a me, ha occupato i posti di questo vagone…
Senza più una parola mi allungo per prendere la valigia che porto con me, esco dal vagone senza guardare il controllore, scendo dal treno: il buio, appena smorzato dalle luci spettrali di una stazione deserta, è lo stesso che mi accompagna, ormai, da diverse ore, decido di non dargli più peso, appoggio la valigia per terra, prendo una sigaretta dalla tasca interna del cappotto, rovisto in un'altra tasca per cercare l’accendino, lo trovo, accendo la sigaretta, il fumo del tabacco si mischia alla condensa del respiro in una nuvola sempre più densa, il freddo si fa sentire, il treno è gia ripartito per il viaggio a ritroso verso il centro della città, la stazione, ancora una volta, è deserta: con la sigaretta tra le labbra, alzo il bavero del cappotto, cercando così di trovare tepore, di allontanare i brividi che mi percorrono, mi piego leggermente per recuperare la valigia, poi raddrizzo la schiena, guardo fisso davanti a me e muovo, deciso, fuori della stazione, verso casa.
I miei pensieri sono lontani dalle mie, presunte, colpe; tutta questa notte, in realtà, non mi sembra più reale di un incubo, un sogno da cui è arrivato il momento di separarsi: svegliandomi nel caldo e sicuro abbraccio della mia famiglia, scordando al più presto le brutture che la mia mente è riuscita a concepire.
Mi muovo, quindi, deciso, verso la fine di questo tormento: la mia andatura si trasforma presto in marcia serrata, il mio respiro, gia leggermente affannato, si manifesta nell’aria in nuvole di fumo, sento distintamente i battiti del cuore, le pulsazioni che si moltiplicano per tutto il corpo, riconosco il fruscio della stoffa sulla stoffa, melodia perfetta della mia andatura, e poi il suono dei miei passi, le suole di cuoio delle mie scarpe eleganti che dettano il ritmo preciso del mio incedere.
Sullo sfondo un rumore in controtempo.
Tutto intorno il buio. 

1 commento:

*Quasar* ha detto...

bellissimo... come sempre! Sono ritornata :)