Il treno riparte
regolarmente.
Pochi minuti e siamo
già fuori della stazione.
Guadagniamo
progressivamente velocità, ancora un po’ e c’immergeremo, totalmente,
nell’oscurità di questa notte senza luna.
Il convoglio, in
linea con la desolazione della serata, non si presenta affollato;
Tuttavia in ogni
scompartimento c’è almeno un viaggiatore, questo particolare mi costringerà a
dividere la mia solitudine con uno sconosciuto.
Di buono c’è che
posso scegliermi la faccia che più m’ispira, poi dovrò solo prestare attenzione
a non destare sospetti.
Calma.
Prendo posto in un settore
dove siede un signore dall’aspetto curato e distinto, dall’aria rassicurante;
vorrei evitare di sedermi di fronte a lui, ma la mia esigenza di prendere posto
vicino al finestrino coincide con la sua, così ci ritroviamo seduti uno di
fronte all’altro.
Affabile, mi sorride
e mi saluta, prima di reimmergersi nella lettura di un quotidiano, un’edizione
della notte, acquistata, probabilmente, alla stazione centrale.
Io non ho niente da
leggere e quindi, per evitare imbarazzi, guardo fisso fuori del finestrino,
come per contemplare il paesaggio, dimentico del buio assoluto che regna nelle
campagne desolate.
La mia immagine si
riflette sulla superficie del finestrino: ho proprio l’aria di una persona per
bene, certo l’espressione del viso denota una certa stanchezza, un’ombra di
barba la evidenzia ulteriormente, ed i vestiti iniziano a sgualcirsi un po’, ma
nell’insieme l’immagine che do di me è più che dignitosa; questa considerazione
mi soddisfa, la persona seduta davanti a me sembra approvarla in pieno, inizio
a rilassarmi.
Sono nel buio ed
inizio a rilassarmi, ad immergermi in un sonno leggero che produce visioni
rassicuranti e strani sogni che affiorano
alle mie labbra semi-addormentate in infantili filastrocche negazioniste:
Seduto su un treno
Che corre veloce
Mi porta lontano
Da quel luogo atroce
Mi sorprendo sereno
Ed assorto a pensare
Che sono innocente
Non ho fatto niente…
…Riemergo
improvvisamente, riportato a galla da una macchia di colore rosso che dilaga
nel mio spazio visivo;
La coscienza sì riproietta, velocissima, sulla
mia immagine: riaffiorando dal buio, attraverso il finestrino, si focalizza sul
riflesso, evidentissimo, di una macchia di sangue.
Una grossa,
ingombrante, macchia di sangue si staglia inequivocabilmente sulla parte
inferiore della mia camicia, richiamandomi, come un faro nel mare in tempesta,
al porto buio delle mie colpe, alla realtà della mia condizione d’uomo in fuga;
Questa scoperta ha un
effetto devastante sul mio miserabile tentativo di rimozione: non tanto o non
solo nella consapevolezza dei futuri rischi di una fuga al buio, quanto,
piuttosto, di fronte alla cognizione, lucida, feroce, della mia fuga nel buio, della totale mancanza del
rimorso, della completa assenza dei sentimenti davanti al sangue che inzuppa
parte della mia camicia; sangue di un uomo innocente, che solo mezz’ora fa era
vivo ed ignaro della mia esistenza, ed ora giace a terra con il cranio
fracassato da una pietra impugnata dalla mia mano, ucciso dalle mie paranoie.
Questo è il suo
sangue.
Questa fuga è la mia
colpa.
Mi accorgo che i
rimorsi e i sentimenti sono, in realtà, tutt’altro che assenti dalla mia
coscienza; ma oramai è in ogni caso troppo tardi per lasciarsi prendere da
essi:
Il treno corre
veloce, il buio, tra qualche ora, svanirà, e la luce gentile del mattino mi
consegnerà ad un nuovo giorno che mi porterà l’affetto dei miei cari, il caldo
abbraccio della mia casa, il conforto delle mie abitudini. Il susseguirsi di
queste giornate ed il lento, ma inesorabile, scorrere del tempo, aiuteranno la
coscienza dolente a sprofondare nel buio di un analgesico oblio, lasciando in
superficie, nella luce, l’animo pulito di un uomo innocente.
Tutto questo accadrà
ed è per questo che diventa vitale coprire questa macchia di sangue.
Ritorno ad avere il
pieno controllo dei miei pensieri.
Con una serie di
movimenti, un po’ forzati, cerco di mettermi in una posizione adatta a coprire
la macchia.
Trovo quella giusta,
ma per mantenerla devo rimanere troppo a lungo in un atteggiamento scomodo ed
innaturale.
C’è bisogno di una
soluzione diversa.
Mi alzo e prendo il
cappotto, accartocciato distrattamente nel posto vuoto alla mia sinistra, lo
indosso.
“Sente freddo?”
La voce, improvvisa,
s’impone sull’incedere ritmato procurato dal treno in corsa.
“No”
La mia risposta
arriva immediata, senza riflettere gli dico che no, non ho freddo, ma non
considero di aver appena indossato il cappotto.
Non contento rafforzo
la contraddizione appena espressa con nuovi fatti: alzo il bavero del cappotto
e me lo stringo al petto, esattamente come chi si rannicchia per cercare più
calore possibile.
Il signore mi guarda
sereno, con un leggero sorriso, sembra che questo minimo accenno di
conversazione sia, per fortuna, gia esaurito; ma prima che i miei pensieri
possano ripartire per luoghi un tempo sconosciuti, la sua voce, decisa se pur
gentile, torna ad imporsi ai rumori di fondo del treno:
“si direbbe il
contrario, si sente, forse, poco bene?”
“qualche brivido,
come di febbre, in effetti, lo sento” non posso dire altrimenti.
In maniera del tutto
inaspettata si sporge in avanti, verso di me, appoggia la sua mano protesa
sulla mia fronte; istintivamente, con gesto di stizza, l’afferro per il polso e
l’allontano dalla mia faccia.
La mia reazione
funziona in pieno, si ritrae immediatamente verso il suo posto, alzando
entrambe le mani e assumendo un’espressione di costernate scuse, costernazione
che tuttavia dura lo spazio di un attimo, perché immediatamente dopo torno a
leggere sul suo viso l’espressione di serafico contegno notata dal primo
sguardo, velata solo da una leggera smorfia di preoccupazione: “la sua fronte è
madida di sudore, sicuramente ha la febbre alta” è un apprensione quasi giocosa
la sua, come quella di un adulto che accudisce un bambino, è tutto molto strano,
m’innervosisco; la febbre, che non avevo minimamente considerato, mi sembra che
ora bruci letteralmente dentro di me,
i pensieri si
confondono, la vista s’offusca, lo scompartimento prende improvvisamente a
girare vorticosamente senza che io riesca a fare niente per fermarlo; il
signore seduto davanti a me continua a guardarmi impassibile, non c’è più
traccia di preoccupazione sul suo volto, anzi, una specie di ghigno sembra
essersi impossessato di lui.
La carrozza continua
a girare vorticosamente ed un pensiero s’insinua, velenoso, nella mia mente, un
pensiero famigliare che, tuttavia, non riesco a decifrare: un’idea che cerca
disperatamente di illuminare il buio.
Senza riuscirci.
L’oscurità prende
completamente il sopravvento.
Il vortice furioso mi
risucchia nel caos delle colpe ancestrali.
D’un tratto tutti i
rumori spariscono, niente più percezioni o sensazioni, ma solo la coscienza,
quella si, fortissima, della precipitosa caduta verso un mistero insondabile,
dell’abisso nel quale, senza indugio, mi sono buttato.
Attraverso, ad
altissima velocità, miriadi d’altre dimensioni.
Non ho nessun
controllo.
Non provo niente.
Non sento nulla e
queste fiamme non mi bruciano.
Poi, di colpo, sono
attratto da una voce incantatrice che sembra riportarmi in superficie, mi
chiama ripetutamente e con educata decisione mi risolleva.
Le fiamme sono sotto
di me, lo so, ma ormai non riesco nemmeno più a vederle.
Respiro.
Riemergo nella
carrozza di un treno fermo.
Annaspo alla vista di
un uomo in divisa da ferroviere, che gentilmente mi invita a scendere dal
treno, ricordandomi che siamo al capolinea di questa corsa.
Guardo davanti a me,
non vedo nessuno, mi giro intorno, i posti dello scompartimento sono tutti
liberi; allora chiedo al controllore se ha visto scendere il signore che ha
diviso la carrozza con me durante tutto il viaggio: l’uomo in divisa mi guarda
perplesso, si toglie il cappello per grattarsi la testa e, con espressione
mesta, quasi in tono di scuse, mi dice che per tutto il tragitto, è disposto a
giurarlo, nessuno, oltre a me, ha occupato i posti di questo vagone…
Senza più una parola
mi allungo per prendere la valigia che porto con me, esco dal vagone senza
guardare il controllore, scendo dal treno: il buio, appena smorzato dalle luci
spettrali di una stazione deserta, è lo stesso che mi accompagna, ormai, da
diverse ore, decido di non dargli più peso, appoggio la valigia per terra,
prendo una sigaretta dalla tasca interna del cappotto, rovisto in un'altra
tasca per cercare l’accendino, lo trovo, accendo la sigaretta, il fumo del
tabacco si mischia alla condensa del respiro in una nuvola sempre più densa, il
freddo si fa sentire, il treno è gia ripartito per il viaggio a ritroso verso
il centro della città, la stazione, ancora una volta, è deserta: con la
sigaretta tra le labbra, alzo il bavero del cappotto, cercando così di trovare
tepore, di allontanare i brividi che mi percorrono, mi piego leggermente per
recuperare la valigia, poi raddrizzo la schiena, guardo fisso davanti a me e
muovo, deciso, fuori della stazione, verso casa.
I miei pensieri sono
lontani dalle mie, presunte, colpe; tutta questa notte, in realtà, non mi sembra
più reale di un incubo, un sogno da cui è arrivato il momento di separarsi:
svegliandomi nel caldo e sicuro abbraccio della mia famiglia, scordando al più
presto le brutture che la mia mente è riuscita a concepire.
Mi muovo, quindi,
deciso, verso la fine di questo tormento: la mia andatura si trasforma presto
in marcia serrata, il mio respiro, gia leggermente affannato, si manifesta
nell’aria in nuvole di fumo, sento distintamente i battiti del cuore, le
pulsazioni che si moltiplicano per tutto il corpo, riconosco il fruscio della
stoffa sulla stoffa, melodia perfetta della mia andatura, e poi il suono dei
miei passi, le suole di cuoio delle mie scarpe eleganti che dettano il ritmo
preciso del mio incedere.
Sullo sfondo un
rumore in controtempo.
Tutto intorno il
buio.
1 commento:
bellissimo... come sempre! Sono ritornata :)
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