3 aprile 2013

Del caos dell'ordine e dei pomeriggi oziosi

Sono commoventi i modi in cui cerchiamo di ordinare il caos di pensieri ancestrali che popolano il nostro inconscio: una lotta continua.
E’ commovente l’affanno, che ci procura la consapevolezza di non dover perdere il controllo - al costo di azzerarli i pensieri – o comunque di appiattirli sulla frequenza di un unico pensiero comune, che non possa destabilizzare lo status quo, che non intacchi il nostro equilibrio, le nostre certezze acquisite, che non intralci il nostro desiderio di affermazione sociale. E’ commovente vedere in quanti modi diversi tutto quest’affanno è destinato in ogni modo a produrre dei fallimenti, più catastrofici quanto più basso è il grado di consapevolezza che riusciamo ad esprimere, devastanti, quando ad un’ingenua inconsapevolezza si sostituisce il rifiuto coatto di considerare il caos come parte imprescindibile del nostro essere, quel disordine originario senza il quale nessun mondo avrebbe mai potuto esprimere una qualsiasi forma di ordine.

Le nuvole, grigie, pesanti, rendono queste ore pomeridiane simili alla notte. La pioggia, incessante, s’abbatte, rumorosa e monotona, sulla finestra del soggiorno; che però è caldo ed accogliente, immerso nel tepore generato dalla vecchia stufa a legna. Il libro che tengo tra le mani è poco più che l’oggetto di una posa, ne leggo qualche riga senza riuscire a focalizzare l’attenzione sulla trama, sono solo le singole parole ad accendere il mio interesse, schegge di sintassi che sferzano il mio stato catatonico trasportandomi in universi paralleli e lasciando il mio corpo in un apparente stato vegetativo: seduto sulla mia poltrona preferita, quella da lettura, lo sguardo fisso davanti a me, privo di un focus centrale, il grosso libro sulle ginocchia, aperto alla pagina milleezerozerocinque.

La felicità è spaventosa; una condizione di spirito così perfetta da non poter prevedere che ricadute, cedimenti, la non perfezionabilità, è quanto di più vicino ci sia al suo contrario: all’infelicità, all’insoddisfazione, al raggiungimento di uno scopo e, di conseguenza, alla cessazione della ricerca, all’appagamento. La felicità in realtà, forse, non esiste, è un sentimento che nega se stesso, rincorrendosi, testardo, senza soluzione di continuità.
Ed è, probabilmente, proprio nella ricerca che possiamo identificare quello strano e sfuggente senso di appagante soddisfazione che arriviamo, talvolta, a chiamare felicità.



4 commenti:

Fata Morgana ha detto...

sinceramente ho immagini nella mente... mi mettono malinconia... ma secondo me è che sono io un po' giù di tono...
ti bacio

Fata Morgana ha detto...

ma che fine hai fatto?
tutto bene?

effediemme ha detto...

Oscillo tra reale e virtuale senza soluzione di continuità :-)

Fata Morgana ha detto...

e mi svanisci!?!?!
io mi preoccupo!
:*